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27 gennaio 2008

Le cose non fatte

Ho tante cose da fare, una lista lunghissima: dal sistemare il garage al chiamare un amico lontano. Son tutte cose che lascio per il fine settimana, poi quando torno a casa, mi perdo nella normalità di una vita che mi manca. E allora conto le ore, i minuti che mi restano per godermi quella normalità e tutto è rimandato al prossimo fine settimana. Anche il blog ne risente, vengo citato e premiato da molti "amicicolleghi" di rete, non me ne accorgo, o lo faccio tardi, dietro sollecitazione. Scusate sono imperdonabile. Però faccio uno sforzo e ci provo lo faccio raccogliendo tra tutti un meme passatomi e che in questi giorni impazza in rete, e visto che chi ha imparato a conoscermi sa la mia idiosincrasia per i "meme", apprezzatene lo sforzo :))
Dunque visto che sono nato in ottobre io dovrei essere così:

Loves to chat.
Mmmh mai sopportati i gatti... ops forse chiacchierare!? Mah neanche.
Loves those who loves them.
Loro chi? Loro noi? Ma se noi per loro, siamo loro? Loro amano noi o loro?
Loves to take things at the center.
Direi di sì, per esempio ho la scrivania piena di roba, centro compreso.
Inner and physical beauty.
La sprizzo da tutti i pori, da dentro a fuori.
Lies but doesn’t pretend.
Proprio vero menzognero ma senza fingere
Gets angry often.
Dipende ! Se stai buonino, non disturbi e fai poche domande... !
Treats friends importantly.
Behhh il teatro mi piace, anche gli amici... ma il teatro.
Always making friends.
Sempre. Tu cammini per strada, non ci siamo mai visti, arrivo io: amico mio.
Easily hurt but recovers easily.
Dipende se mi ferisci a parole: mi riprendo, se meni e viene sangue...
Daydreamer.
Appena apro gli occhi ....
Opinionated.
Fino alla morte, se poi si tratta di cucina... ostinatissimo.
Does not care of what others think.
E certo! Ce mancherebbe che me preoccupo dei pensieri degli altri, ne ho già tanti miei !
Emotional.
Adesso rido, poi piango, poi rido, poi piango, poi torno, poi parto..
Decisive.
Nei momenti critici più che decisivo direi determinante, scarabeo, pictonary...
Strong clairvoyance.
Mii... questa non la sapevo "MagoLoste legge il futuro e guarisce dalla peronospora"
Loves to travel, the arts and literature.
Da matti, tutti i venerdì e tutti i lunedì mi faccio un viaggietto tanto per sgranchirmi.
Touchy and easily jealous.
Si, si, invidio quelli alti, quelli biondi, quelli magri, quelli...
Concerned.
In questo momento no, dovrei esserlo? Sapete qualcosa che io non so?!
Loves outdoors.
Vero ma in mezzo ai monti
Just and fair.
Una mente rubata alla magistratura.
Spendthrift.
Solo per quadri, libri, cibo e vini.
Easily influenced.
Non crediate
Easily loses confidence.
Mmmmhh anche qui abbastanza difficile
Loves children.
Assolutamente si

E poi c'è una cosa che mi ero dimenticato di fare. Tempo fa avevo parlato di un caffè particolare, la cosa aveva incuriosito l'amico Maurizio. Lui aveva accennato a mettere nel menù quel caffè. Tempo dopo aveva chiesto in rete qualche idea per il suo menù ai blogger che lo leggevano. Io volevo dargli un'idea che mi frullava in testa, ma mi è sempre passata di mente, lo faccio ora annunciando:

"Buttami giù, ma poi tirati sù"


Questo dolce va preparato a tavola dal commensale così come dice il suo nome.
E' composto da una "moretta" la cui ricetta è qui, da una tazzina di crema al mascarpone e da una cialda di pandispagna ricetta qui. Per la crema al mascarpone, e per 4 persone montate due rossi con 3 cucchiai da cucina di zucchero semolato e battete fintanto che il composto non diviene spumoso. "Cuocetelo" a bagnomaria portandolo a 70° centigradi, mescolando continuamente. Togliete dal fuoco e incorporate 125 gr di mascarpone. Disponete nelle tazze e divertitevi ad incorporare caffè e pan di spagna alla crema, golosamente, godetene.

14 ottobre 2007

Fastidiose riapparizioni

Son piccoli, più piccoli della media. Si muovono lenti e silenziosi, quasi che all'inizio non li noti. Cominciano ad apparire in questo periodo per tutto il paese. Non che siano particolarmente invadenti, ma tendono anche loro a dare, ad alcune persone, quel senso di schifo. Per me sono assolutamente indifferenti se li vedo, o se li incrocio passando, li evito, faccio finta che non esistano. Lella invece non li può vedere, non li sopporta proprio. Si incazza con il vicino perché dice è solo colpa sua, se girano intorno casa e se qualcuno entra pure. A lei fanno schifo li vorrebbe tutti morti. Secondo me sono meno sporchi di altre specie di insetti. I moscerini del mosto alla fine viaggiano in mezzo alle uve appese ad essiccare e tra le cantine dove il mosto ribolle. I dispersi entrano in casa e unica speranza di vita, si poggiano sul cesto di frutta. Le mosche fanno ben altre brutte cose.
Quando cominciano ad apparire è il segno che è arrivato il momento. E' il segno che il mosto sta fermentando, che gli zuccheri si trasformano in alcool e che loro giocoforza debbono cercasi altri posti per vivere. E' anche il momento di bussare alla porta del vicino o di qualche contadino, sempre meno, che si fa il vino in casa. Portare in mano una bottiglia vuota, salutare, e buttar lì un paio di chiacchiere. Mostrare con nonchalance la bottiglia vuota, mentre si parla e aspettare che il vicino ti chieda. Che te serve un po' de mosto per i biscotti? E si me voglio fare il:

Tortino al cioccolato con biscotto di mosto



In effetti la ricetta originale l'avevo già scritta lo scorso anno di questi tempi. E debbo dire che rileggendo il racconto che l'accompagnava ho avuto una bella sorpresa: non mi ricordavo di averlo scritto. Questo blog comincia a piacermi, ogni tanto scopro qualcosa di nuovo. La ricetta per il biscotto di mosto o per meglio dire il "maritozzo" di mosto la trovate qui. Invece una variante provata, perché la morte del maritozzo è con la cioccolata, è questa qui.


Fate delle fettine sottili di biscotto, un centimetro circa, metteteli in un piatto e bagnateli con un vino passito, mi go usà un Reciotto de Soave ciò, o con del poco di rum. Preparate un tortino al cioccolato, come da istruzioni, qui. Disponete su di una placca della carta da forno, delle formine per rotonde in cui metterete una fetta di biscotto alternata con la ganache di cioccolata, continuate così fino a riempire la forma. Infornate per 8 minuti e servite caldi con una crema di cioccolata e con delle fettine di biscotto di mosto ripassate in forno.

Di là continuo a sentire colpi di giornale sui poveri moscerini.

27 maggio 2007

Noi siamo la.. la...


Mi prendo il caffè, lo sguardo perduto fuori del finestrone della cucina, il grigiore dell’alba sul nostro giardino.
Quell’albero la fuori, che invade per un terzo la nostra proprietà, comincia a dire la sua, oramai le ciliegie sono mature. Effettivamente qualche pomeriggio fa “spaccaball” ha tentato un’arrampicata improbabile sulla recinzione, per arrivare ai frutti più bassi; un mio “urlo” da casa lo ha fatto desistere. Se non sbaglio credo che un articolo del codice civile “mi autorizzi” a raccogliere i frutti. Per la verità anche il legittimo proprietario dell’albero, nonché nostro vicino, mi ha pregato, dopo aver visto i tentativi del piccolo, di raccoglierle, e anzi di entrare anche nella sua proprietà per farlo “… che se no va sprecate!”. A me però piace godere di quel senso di trasgressivo di “non si fa”, che solo chi ha vissuto l’infanzia in campagna può capire, a me piace andarle a “fregare”…

… Eravamo un gruppetto di ragazzini adolescenti nel jukebox del "circolo" (bar) del paese potevamo scegliere: Rimmel, Sabato pomeriggio, Wish you were here; Elvio nella sua 500 aveva messo un mangianastri Stereo8 e in regalo aveva rimediato la 19^ raccolta di Fausto Papetti. Fumavamo raramente qualche sigaretta, più spesso “fustigoni” pezzi dei tralci della vitalba, che ci facevano girar la testa più delle sigarette, il pomeriggio giocavamo al biliardo nella sala superiore del circolo, oppure ci rintanavamo in una stanza messa a disposizione dal parroco, che noi chiamavamo “IlClub”, ci sentivamo grandi. Rimanevamo fuori casa per tutto il giorno, rientrando solo per pranzo e cena, impegni che risolvevamo in meno di mezz’ora. Vagavamo per le strade del paese, oziando felicemente, qualche volta salivamo su vecchie bici arrugginite e dopo una quindicina di chilometri di strada ci tuffavamo nel fiume, nel “gorgo” di Madonna del Piano. La sera ci ritrovavamo sulle scale della chiesa, qualcuno di noi aveva una chitarra, strumento che oltre a suonare doveva attrarre l’attenzione dell’altro sesso, impresa peraltro fallimentare per tutti. Restavamo lì fin verso le dieci, poi la noia prendeva il sopravvento: “Che famo?” la domanda restava sospesa nel silenzio della sera e poi partivamo, spinti dalla vaga proposta lanciata da qualcuno: “Andamo a fregà qualcosa …”. L’oggetto dei furti era sempre vegetariano, non credo che fosse dovuto ad una indole naturista, ma sinceramente campi di salsicce o alberi di braciole non ne trovammo mai. Le fave le rubavamo dal campo di “Santin ‘mbirbo”, le ciliegie giù al “Massa” dalla casa sulla curva, le albicocche e le prugne erano sotto ai lampioni della via principale, per le pannocchie toccava fare molta più strada, ma erano dolci morbide e le si mangiavano senza cuocerle. Si diventava famosi, importanti, se si scopriva un nuovo “sito” per i furti. Fu così che un giorno, in pieno pomeriggio, il più grande di noi ci portò a rubare delle pesche. Ai voglia a protestar che quelle cose si dovevano far di notte, arrivammo in pieno “solleone” e non feci in tempo neanche a riempirmi una tasca dei pantaloni, che il contadino ci beccò subito. Era Inc***to come una biscia, sotto la minaccia di un bastone e di un cane (grosso), ci portò alla caserma dei carabinieri. Io mi disperavo non tanto per il futuro della mia fedina penale, ma per il futuro di botte che avrei rimediato da mio padre. Il maresciallo ci fece una ramanzina cattiva e buonista allo stesso tempo, ci tenne in piedi per una buona mezz’ora a vederlo camminare avanti e indietro per la stanza. Debbo dire che fece il suo dovere ineccepibile e “paternalista” fin quasi alla fine, fin quando non commise l’errore di tutta una vita: “E se poi volevate le pesche potevate chiederle, perché se le avreste chieste Lui (il contadino) ve le avrebbe date”. Uscimmo sollevati dell’esito finale, avevo salvato la fedina penale, non restava che salvare il resto da mio padre, e mentre ce ne tornavamo verso “IlClub”, in preda ad un euforia da rilascio di stress, colui che aveva proposto "l'alzata d'ingegno", dimostrò tutta la sua indole reazionaria. Si voltò e se ne tornò verso il campo di pesche, alle richieste di spiegazioni rispose da lontano, voltandosi e camminando all’indietro “Il maresciallo ha detto che se le chiediamo, Lui ce le dà e io gliele vado a chiedere…”.Ci scapparono le botte, un morso di cane, genitori in caserma; la leggenda metropolitana racconta che una mattina il contadino si ritrovò l’albero segato a terra. Non so se finì così, il ribelle non fece più parte della nostra combriccola e noi continuammo a “fregare” la frutta di notte senza far rumore e neanche troppo danno.

Ecco perché le ciliegie del vicino le raccolgo alle sei della mattina, così se qualcuno mi vede immagina che me le sto fregando, come quando ero bambino…

Crostata di pesche e ciliege "fregate" su crema pasticcera.


Per la frolla seguite la ricetta della crostata classica qui, prima di infornarla copritela con della carta forno e appoggiatevi del peso per evitare che si gonfi, cuocetela in forno caldo a 180° per non più di quindici/venti minuti, deve rimanere abbastanza friabile, di più la renderebbe durissima (ve lo garantisco). Lavate le pesce e le ciliege, fate le prime a spicchi e dividete a metà le seconde snocciolandole. In una pentola antiaderente mettete le pesche aggiungete acqua fino a metà della frutta e un cucchiaio di zucchero, mettete sul fuoco e portate ad ebollizione, togliete dal fuoco e scolate le pesche che lascerete raffreddare. Ripetete l'operazione per le ciliege. Preparate una crema pasticcera con tre tuorli d'uovo, che monterete con la frusta insieme a due cucchiai di zucchero, aggiungete la buccia di un limone grattugiato, e incorporate due cucchiai di farina e 300cl di latte. Cuocete a bagnomaria finché la crema non risulterà densa. Lasciate raffreddare per un paio d'ore, poi versate la crema nella forma di frolla e mette in frigo per un'ora. Nel frattempo preparate una gelatina per guarnire la crostata: ammollate due fogli di gelatina in acqua fredda per 5 minuti, a parte portate ad ebollizione 100cl di acqua in cui avrete spremuto mezzo limone e aggiunto due cucchiai di zucchero. Togliete dal fuoco e incorporate i fogli di gelatina allo sciroppo e girate velocemente con una frusta, lasciate raffreddare. Montate la crostata disponendo la frutta sulla superficie, a vostro piacimento, versate lo sciroppo oramai freddo rimettete in frigo per un'ora.

uuufff .... lunga è?


P.S. sulla frutta chiaramente potete sbizzarrirvi, l'importante che non vi ritroviate davanti ad un GIP, i tempi oggi sono cambiati.

P.P.S. il giorno dopo questa crostata è ancora più buona, sempre che riesca a vedere il sorgere di un'altro giorno :))

06 aprile 2007

Buoni o cattivi ?

Ho vissuto la prima parte della mia vita da “buono”, direi quasi da “coglione”.
Ho sempre cercato di non imporre le mie idee e di cercare di trovare un punto d’incontro con le persone che avevo di fronte.
Ho sempre detto “buongiorno”, “ciao” e “buona giornata” anche se la persona a cui era rivolto il saluto non rispondeva.
Ho sempre detto “D’accordo lo faccio”, anche se quello che mi chiedevano di fare era una palese stronzata.
Ho sempre detto “Mi scusi…”, “Posso….” anche se chi avevo di fronte era arrogante e ipocrita.
Ho sempre dato ascolto alle persone più anziane perché da piccolo mi hanno insegnato che loro erano più saggie di me.
Ho sempre fatto la fila senza passare davanti a nessuno, e quando qualcuno mi passava davanti, ho evitato di farglielo notare per salvarlo da una figuraccia in pubblico.
Ho sempre dato tutte le spiegazioni che mi venivano chieste, anche se chi me le chiedeva non aveva nessun diritto di farlo, e doveva semplicemente eseguire un compito.
Ho sempre detto “Per favore e per piacere” quando ho chiesto qualcosa, anche se quella cosa mi era dovuta.
Ho, allo stesso modo, detto sempre “Grazie”, “Ti ringrazio” anche se la cosa che mi era dovuta, mi veniva data con disgusto e di malavoglia.
Ho sempre detto “Non fa niente, cerchiamo di risolvere il problema” anche se il problema non lo avevo creato io, ma qualche incompetente con cui ho avuto a che fare.


Ecco dopo 43 anni vissuti così ho deciso di vivere i prossimi 43 (non ne disdegno qualcuno di più, nell’eventualità tornerò ad essere “buono”) da emerito s*****o, corretto, ma s*****o.
Ecco perché un paio di settimane fà di passaggio in un paese che non frequento, ho fatto prendere un accidenti e sicuramente tutta una serie di crisi di coscienza, alla farmacista locale che non mi ha voluto vendere il Bentelan, nonostante la crisi di allergia, in quanto sprovvisto di regolare ricetta. Cosa ho fatto ? Nonostante la gentilezza e l’assicurazione che di quel farmaco ne faccio uso normalmente, all’ennesimo rifiuto altezzoso e pieno di superbia ho simulato un attacco asmatico improvviso (molto di più di quello che avevo) con mancanza di respiro, colorito che passava dal rosa al rosso al blu, mancamento, occhi strabuzzanti e rantoli vari. Quando la gentile signorina si è precipitata nel retro per chiamare la guardia medica, me ne sono tranquillamente andato, sono risalito in auto ed ho proseguito il viaggio.
Oppure, ecco perché, al signore che un paio di giorni fa faceva la fila dietro di me, praticamente sfiorandomi ripetutamente il c**o e alitandomi sul collo, in un laboratorio di analisi, nonostante fosse stato presente un cartello che recitava: “Per il rispetto della privacy degli altri pazienti, attendete il vostro turno dietro la riga gialla”, non ho trovato di meglio che umiliarlo facendolo vergognare e dicendogli che nonostante la mia grave malattia (inesistente) “…non ho neanche il diritto di viverla nel mio dolore, trovandomi gente come lei a sbirciare le mie ricette.”


Esagerato ? Scorretto ? Che dovrei fare rimanere il buon Loste di sempre ?

Fatto sta che questa mattina, mentre facevo la spesa nel piccolo "alimentari" dove mi servo di solito, una signora anziana mi è passata avanti al banco dei salumi e formaggi, ho provato a dire qualcosa, ma costei mi ha risposto, indirettamente, rivolgendosi alla commessa con fare acido "... muoviti che c'ho tanta fretta". Poco dopo mentre ero alla cassa, in attesa del mio turno, mi giro per prendere le solite cose che trovi in prossimità della cassa: cingomme scoreggianti, ovvetti con sorpresa..., e quella mi ripassa davanti. La cassiera mi ha guardato con una faccia tipo: "Ti prego non dire niente, faccio il conto veloce veloce, e la mandiamo via senza parlarle... senza considerarla..."
Ecco vedi non sono capace di essere s*****o, che ci vuoi fare. Ma alla fine una salutare sciatica bloccante a letto per un paio di giorni, la auguro di tutto cuore all'acida signora di questa mattina.
Ancor di più che tornando a casa arrabbiato, più con me che con lei, ho completamte sbagliato a fare la:

Crostata con confettura di fragole allo sciroppo balsamico e crema allo zabaione

Per la frolla andate a vedere qui, io questa mattina dai nervi non mi sono reso conto di aver usato farina lievitante... che ci starà a fare dentro casa poi una farina lievitante?!
Per la crema allo zabaione battete il rosso di un uovo con un cucchiaio di zucchero e uno di fecola di patate, aggiungete un dito di marsala e mezzo bicchiere di latte. Cuocete a bagnomaria e lasciate raffreddare.
Per la confettura, usate una buona marmellata tipo questa. In mezzo barattolo aggiungete dello sciroppo di aceto balsamico che potete comperare già preparato o facendo uno sciroppo con 2 cucchiai di zucchero e 5 di condimento balsamico. NON USATE gli aceti balsami industriali (Ponti, ecc.) avreste sgradite sorprese.
Statemi bene.

28 febbraio 2007

Io non lo sapevo... ma

Ma probabilmente abbiamo un sesto senso abbastanza affinato, se tra me e Lella facciamo a "gara" a preparare succedanei delle merendine industriali per la colazione della mattina. Così quando questa mattina ho letto il post di Beppe Grillo, non è che mi sia meravigliato più di tanto, che il grande gruppo produttore di pasta, mulini bianchi, famiglie felici e fancazziste, avesse qualche scheletro nell'armadio era risaputo, una leggera meraviglia; leggera eh ! L'ho avuta per gli omogenizzati infantili. Ma lì tanto vale cominciare da subito, a capire di che pasta, meglio, carne è fatto il mondo e allora dagli giù di "merda" da mangiare fin da piccolo, senza tralasciare la lobby dei latti in polvere. Dai via non mi sono meravigliato di nulla, o quasi, in effetti un nome, mi ha stroncato la carriera di cuoco mancato: il PANEANGELI... il PANEANGELI... sul loro sito ci hanno messso una musichina cantata da un coretto di bambini innocenti, che fa: LALA-LALA-LALA-LALA LAAA LALA LA-LA LA-LA, e poi mi vendono il lievito per i dolci con l'alluminio e il silicio. Ma dai....! Anche loro, gli angioletti della Cameo...... Noooooo. E io che andavo a comperare i confetti argentati, con quello che costa di questi tempi l'alluminio, vuoi vedere che se comincio a vendere ciambelloni a qualche fonderia ci faccio qualche soldo, altro che Low Cost Country Sourcing ;-).
Il problema è nostro, siamo noi, la nostra mancanza di educazione all'informazione. A parte le "informazioni" che riceviamo dalla pubblicità, nessuno ci insegna altro, e noi non facciamo neanche uno sforzettino a cercare. Quindi non sapremo mai riconoscere un grasso idrogenato da uno naturale, nessuno ci ha mai raccontato che il burro italiano è peggiore degli altri, perchè la nostra legge consente di farlo nel peggiore dei modi, nessuno ti dice che il novello italiano potrebbe essere meno nuovo di quanto tu creda, continuano a rompere le palle con questa aviaria che nessuno ha mai visto, ma non ti dicono come crescono i polli italiani. Qualcuno ha proposto una legge per obbligare i produttori a scrivere, sui prodotti, la data di scadenza più grande, ma fai scrivere più grande la merda che ci mettono dentro, come gli aromi naturali, ma fateci il piacere. Non so quanto durerà, ma io continuo a farmi, in casa, la:

Crostata di frutta

Per la frolla:

2 tuorli e un uovo intero (allevamento della suocera, galline in suite imperiale a razzolamento libero dall'alba al tramonto, con vista sulla campagna marchigiana);
300 gr di farina (grano locale macinato dal molino del paese, qualche anticrittogamico, ma poca cosa);
100 gr di burro (tedesco);
150 gr di zucchero (a rischio);
buccia di limone grattugiata (da agricoltura biologica);
un pizzico di sale (a rischio);
200 gr di marmellata di albicocca, (fatta in casa da frutta prodotta in proprio);

Ammalgamate il burro ammorbito (non fuso) con lo zucchero, incorporate le uova, il sale e la buccia di limone, aggiungete la farina, lavorate fino ad ottenere un composto omogeneo e liscio. Coprite con pellicola (a rischio) e lasciate riposare in frigo per un'ora. Stendete 3/4 dell'impasto in una teglia da forno, bucherellate con una forchetta, disponete la marmallata, con la parte restante dell'impasto decorate. Infornate per 40 minuti a 180°.

P.S: una precisazione qualcuno è convinto che la crostata debba essere morbida, se così fosse perchè qualcuno si è disturbato a chiamarla costata da crosta dal latino CRUSTA (CRU) che significa: esser duro, rapprendere?

17 febbraio 2007

Una vita da Càboi

Sono stato sempre un Càboi. Ma non ricordo di aver scelto io, questo ruolo che mi ha accompagnato nei carnevali scolastici della mia infanzia, è stata sicuramente mia madre. Altrimenti perchè all'età di quattro anni sarei vestito sempre da Càboi al centro di questa foto scattata alle materne di un altro paese. Invece la foto qui sopra ritrae la mia classe nel 1970. Classe...! è meglio dire scuola, con due classi e due maestre si faceva tutte le elementari del paese e delle campagne intorno, ventuno bambini in tutto il comune, di cui tre, quasi il quindici percento, dalla stessa famiglia: noi.
Io sono il secondo in piedi da destra, sono quel càboi circondato da indiani [sic!], il giubbetto comincia ad andarmi corto rispetto alle materne, e credo che l'anno dopo sia stato costretto ad abbandonarlo in qualche saloon, visto che non mi entrava più. Davanti a me ci sono i miei fratelli, "il mezzano" è quello seduto per terra vestito da indiano con un'ascia in mano, non quello con tante piume in testa, quello che ne ha solo tre. Poi dicono che tra fratelli si litiga, per le eredità, per i soldi, per "spartisse" le cose di famiglia. Come fai a non litigare se già da piccoli ti mettevano uno contro l'altro?
Un càboi e un indiano, vanno d'accordo solo sul giornaletto di "Tex", in tutto il resto del mondo, litigano.

Vestiti così quando tornavamo da scuola, dovevamo fare la battaglia, ora io vi chiedo: avete mai visto vincere un indiano in un qualche film uscito prima di "Balla coi lupi"? Ve lo dico io: no, mai.

Gli indiani perdevano sempre, se attacavano una diligenza arrivavano i soldati amici della diligenza e li ammazzavano tutti. Se attacavano un carro di contadini, c'era l'amico della figlia del contadino che arrivava e li ammazzava tutti. Se rapivano una donna, c'era l'amico della donna che arrivava e li ammazzava tutti. Se attaccavano una prigione per liberare uno di loro, l'amico dello sceriffo arrivava e li ammazzava tutti. Conclusione: i càboi avevano tanti amici, gli indiani pochi e mio fratello le doveva prendere.
Poi la sua ascia quella della foto, era di gommapiuma e quando me la dava in testa non faceva granchè male, le mie pistole, invece, erano fatte con le costruzioni rosse (mai avute pistole vere) e oltre al rumore con la bocca, poco efficace, io usavo dare colpi con il calcio di queste, sulla testa di mio fratello: come faceva Jonwein quando tramortiva gli indiani. Non credo che mio fratello abbia mai capito a fondo, la finezza del fatto che non lo uccidevo, ma lo tramortivo, colgo l'occasione per farglielo notare oggi.

L'altro fratello, il piccolino che neanche andava a scuola e che stava lì solo per avere tutti i bimbi del comune ritratti in una foto, in modo che se serviva ricordarseli tutti, chiunque ne poteva approfittare, è quello in piedi tra noi due: vestito di rosso con quel cappello verde e la visiera oro. Ora torno a chiedervi: se tu stai giocando a indiani e càboi, uno vestito così, cosa gli fai fare? Autista della diligenza? Barista del saloon? Sceriffo? Vicesceriffo? Becchino del cimitero? Ma fatemi il piacere...! Solo un personaggio poteva fare: l'amico degli indiani, con quel cappello!
Anche lui aveva difficoltà a capire la differenza tra morire e essere tramortito, correva sempre da mamma a piangere. E poi spiegagli tu, a tua madre, che stai lì a prenderti il rischio di essere scoperto per tramortire i tuoi fratelli, piuttosto che ammazzarli. Finiva che rimediavo due boccatoni, mi venivano requisite le pistole e toccava adattarsi con le mani nude, a lottare con gli indiani e i loro amici.

Il tutto durava fino al momento della merenda allora si correva di sotto a mangiare: castagnole con il miele, cicerchiata, scroccafusi e:

Ciambelline fritte di carnevale
(ricetta di Lella)


Per l'impasto

300gr di patate lessate e sbucciate;
300gr di farina manitoba;
50gr di burro fuso;
3 uova;
una busta di zucchero vanigliato e due cucchiai di zucchero semolato;
20gr di lievito di birra sciolti in un goccio di latte;
la buccia grattigiata di un limone.

Impastate tutti gli ingredienti, fino ad ottenere un impasto morbido, formate dei piccoli panetti che bucherete con le dita, lasciate riposare e lievitare le ciambelline in un luogo caldo, coperte da un panno per un'ora.



Preparate in un piatto grande dello zucchero semolato in cui gratterete la buccia di un arancio. Fate scaldare l'olio di arachidi e friggete le ciambelline, tuffandole poi nello zucchero, mangiatele calde e leccatevi le dita.

26 gennaio 2007

Incidenti culinari

Postaccio la cucina, in un bellissimo post che trovate qui (secondo in ordine cronologico inverso) "Lapiccolacuoca", chef di un ristorante milanese, spiega che mondo è, una cucina professoionistica.
Quando ero ragazzo facevo la "stagione" estiva per aiutare l'economia familiare, d'inverno poi diventavo un "extra": quei camerieri che vengono chimati la domenica, o in occasioni di banchetti, quando cioè il numero dei coperti esce dalla routine. Quindi non "vivevo" la cucina, ma la "vivevo" dall'altra parte del pass di servizio. Ricordo, lo Chef che s'incazza se stai lì ad aspettare il piatto, lo Chef che s'incazza se non arrivi subito quando chiama, lo Chef che s'incazza se arrivi con tre comande. Anche nel mio caso c'era una CHEFFA, nonchè capa del ristorante insieme ad una sua socia, capa, anche lei, che però stava al bar a fumare. Si era alla fine degli anni '70, ricordo in particolare un 15 agosto assolato e caldo. Il ristorante aveva già fatto il pieno di prenotazioni una settimana prima, ma come fai a dire no ad un cliente! E quindi lacapaalbar, giù a prendere prenotazioni, fatto stà che la mattina del 15 abbiamo trecento coperti. Trecento persone, in un banchetto le fai pure, il menù è fisso ! Ma in quel ristorante, quel giorno era "alla carta", carta ridotta va bene tre antipasti, tre primi, e via così da sclegliere, con vini abbinati, ma carta. Dovemmo apparecchiare due sale dedicate di solito a pizzeria e anche i tavoli del bar. La prima famiglia, a ferragosto di solito sono le famiglia che vanno a pranzo fuori, arriva alle nove e chiede a che ora può accomodarsi, lacapaalbar risponde "dodici e trenta, signori". Durante tutta quella mattina mentre caricavamo acqua, pulivamo, apparecchiavamo, ecc. Lacapaalbar continuava a rispondere: "dodici e trenta, signori", tanto che, verso le undici gli faccio notare che con quell'orario ha già riempito mezzo ristorante e che in questo modo si rischia di mandare in "merda" la cucina. Si gira di scatto e mi intima di farmi una cucchiata di ... affari miei. Le chiedo allora se posso avvantaggiarmi con i ragazzi della sala, e aprire il vino (so che non è bello) e tagliare il pane in anticipo (so che si si secca), altra occhiata e altro insulto. Torno in sala e avviso il mio fratellino (che lovorava con me) e a cui avevo dato il bar, e Manuel (amico capoverdiano) con il quale condividevo la responsabilità della sala, di quale fosse la situazione. Decido di informare l'altra capa che fa la cheffa in cucina, apriti cielo Lacapaalbar mi becca mentre scendo, urla e insulti per esser rispedito al mio posto. L'altra capisce qualcosa, forse non tutto, ci incrociamo con gli occhi ed ha lo sguardo preoccupato, torno in sala avviso tutti i camerieri che quel giorno devono imparare a volare e mi metto ad aspettare le dodici e trenta.

Alle dodici e trenta c'è la fila per entrare in sala, una bolgia, arrivano tutti insieme e le sale si riempiono, è già merda con l'acqua minerale, lascio le comande a Manuel che le centellina più che può verso la cucina. Corro come una razzo in su e in giù, dopo dieci minuti che tutti sono seduti, qualcuno comincia a chiamare, l'acqua il vino e il pane? Dico ai ragazzi di stare calmi e mi metto a fettare il pane, ma sono un diciasettenne agitato, perchè già sento le urla dalla cucina, fetto il pane e dò consigli, fetto il pane e riprendo mio fratello che ha la camicia di fuori, fetto il pane e dò indicazioni ad un "extra" di dove può trovare i tovaglioli, fetto il pane e anche il dito indice della mano sinistra. Il coltello arriva in fondo tanto... troppo. Lego stretto con un tovagliolo, Manuel dice prontosoccorso, la cameriera carina che viene qualche volta diventa bianca e per poco non sviene, lacapachef dice "pooo..rca", lacapaalbar dice che sono deficiente e che l'ho fatto apposta, prendo un pezzo di cartone lo metto sotto al dito e dai Manuel lega sta garza stretta stretta.

La giornata è finita con la cucina in una "merda" apocalittica con le Cape che se le son dette di santa ragione, con un paio di extra che non si sono più visti, con qualche cliente arrabbiato, con mio fratello che mi chiede dove l'ho portato, e con me e Manuel vestiti da camerieri che ci presentiamo al pronto soccorso per farmi ricucire il dito, con l'infermiere che mi chiede se si tratta di infortunio sul lavoro, "no guardi ci stavamo facendo un panino in casa" dico, "vestiti così?" fa lui, vestiti così, altrimenti chi lo dice a lacapaalbar che ho fatto denuncia nonostante non sono in regola.

A questo ho pensato quando qualche giorno fa mi sono rimediato una di quelle ustioni, non grosse, ma che ti rendono mezzo mutilato e impossibilitato a fare anche le cose più banali, cosa di poco conto rimediata per fare il:

Croccante

Prendete un pò di frutta secca, nocciole, mandorle e pistacchi che potrete lasciare interi, tagliare grossolanamente o tagliare finemente, vedete voi. In una padella antiaderente mettete lo zucchero, quanto? Io faccio ad occhio, diciamo 200gr e un cucchiaio di acqua, mettete su fuoco medio e aiutandovi con una spatola di legno aspettate che si sciolga completamente, avrà anche iniziato a brunirsi, ora aggiungete il succo di mezzo limone (occhio che scoppierà il putiferio), e per chi vuole una noce di burro. Rimettete sul fuoco e girate velocemnte, aggiungete la frutta secca incorporatela bene e scodellate tutto su di un foglio di carta forno. Prendete un limone intero (il profumo lasciato dalla buccia sarà divino), che avrete messo lì da prima, e cominciate a battere ed allargare il croccante fino a farlo diventare sottile quanto vi piace. Qui dovete essere velocissimi, lo zucchero ricristallizza prima di quanto pensiate, e non fate l'errore di essere disconcentrati e far girare il limone che avete in mano. Lo zucchero fuso attaccato alle dita fa male....Tanto.

03 dicembre 2006

Ricette sparse (4)

I luoghi, generalmente, vengono ricordati dalle immagini, l'ossesione fotografica di chi sta in vacanza, serve, o dovrebbe, a memorizzare definitivamente un luogo, la sua bellezza estetica, oppure a "certificare" che in quel luogo si è stati. Quello che le foto non fanno è memorizzare i profumi, i sapori gli odori dei posti, i dettagli banali. A me sono questi che rimangono in mente. Nella mia infanzia ho passato un' estate o forse due a Fenice Capanne, un paese (quattro case) della Toscana mineraria, a pochi passi da Massa Marittima e una manciata di chilometri da un mare che non ricordo. Ricordo invece il negozio di alimentari, un emporio che vendeva di tutto, ma che in particolare sul bancone aveva quattro enormi (per me che ero bambino) barattoli trasparenti colmi di grani di zucchero, di palline di zucchero colorate, di confettini color argento e bianchi. Aivoglia a spiegare ad un bambino di cinque anni o giù di lì che servivano per guarnire dolci. Uscivo di casa con cinque lire strette nel pugno, attraversavo la piazza, che stranamente era una pineta, mi guardavo intorno circospetto terrorizzato di incontrare il serpente "corridore" che nei racconti di mia zia infestava quei luoghi. Facevo la fila al negozio, quando era il mio turno la signora mi chiedeva solo quale tipo volessi, infilava le sue manone nei vasi e mi faceva un cartoccetto di confetti di zucchero. Uscivo contento e centellinavo quei confettini per un paio di giorni, custoditi nelle tasche dei pantaloni. Oggi ci faccio i:

Biscotti all'ammoniaca:

Battete 3 uova intere, con 200 gr. di zucchero e 50 gr. di burro (la ricetta originale prevederebbe strutto), una volta montate aggiungete 60 gr di latte e 10 gr di ammoniaca e mezza buccia di limone grattugiata. Aggiungete la farina fintanto che l'impasto risulterà morbido ma non appiccicoso (circa 400 gr). Stendetelo con il mattarello fino ad ottenere uno spessore di circa 1 cm. Tagliate i biscotti a rombo (o la forma che preferite), disponeteli su di una teglia imburrata e infarinata, spennelate con il rosso d'uovo, guarnite con zucchero semolato e con gli zuccherini, infornate a 180° per 15 minuti.


Il Ciambellone (con la ricotta)

Battete 3 uova intere con 200 gr di zucchero, aggiungete un cucchiaio di marsala (o mistrà) la buccia grattugiata di un limone. Una volta che le uova sono ben montate aggiungete 200 gr di ricotta vaccina, lavorate bene l'impasto e incorporate 300 gr di farina e mezza bustina di lievito per dolci, incorporate il tutto e versatelo in una forma ben imburrata. Guarnite con gli zuccherini e cuocete in forno ventilato a 180° per circa 40 minuti.

04 ottobre 2006

Una guluppa di moscato

Che profumo ha l'autunno ?
Ha il profumo giallo delle mele in soffitta. Quello bianco argento delle prime fredde mattine. Quello azzurro dei mezzogiorni caldi di sole. Quello grigio verde del mosto appena spremuto. Quello verde marrone della terra bagnata.
Chiudo gli occhi e c'è un ragazzino che trotterella per i campi a fianco del padre. Da piccolo mi portava a caccia, o forse perchè lo prendevo per sfinimento non poteva farne a meno. Oggi sò quale fosse la differenza: nel primo caso camminavamo nei campi di erba medica ormai tagliata. Nel secondo attraversavamo campi lunghissimi, gonfi di enormi zolle arate. Ne uscivo con un mal di mare incipiente e le gambe indolenzite, dal continuo saliescendi tra un solco e l'altro. Lui mi aspettava in fondo al campo, la sigaretta accesa, chiedeva se fossi stanco. No perchè ? Ci mancherebbe ! Allora via, dentro alla prossima messe fino in fondo al fosso. Lui da un lato, sul prato io dall'altro in mezzo alla terra. Mezzo metro di fango sotto gli stivali, che se aveva piovuto da poco ti rimanevano infilati nel solco. Lo anticipavo, per far scappar via merle, nascoste nella macchia.
La caccia era sempre relativamente scarsa, ricca però di racconti di tempi passati in cui, sì che quella volta si "sparava". Imbruniva, piccoli voli sparuti passavano veloci, e poco interessanti per lo schippo, sopra le nostre teste. Capitava a volte di attraversare una vigna ancora carica di grappoli. Il buio imminente ci era alleato in quel furto di poca cosa. "Spizzicavo" i grappoli mentre passavo. Acini minuscoli che non mi davano piacere, al contrario dei commenti di mio padre: senti come è dolce 'sto moscato. Continuavo a cercare i grappoli di moscato e ingollavo uva acerba e spigolosa. Me ne lamentavo, piagnucoloso: ma dov'è 'sto moscato? Levati la giacca. A pochi metri dalla fine del filare e dall'agognata strada, cinque o sei grappoli finivano nella giacca chiusa a mò di guluppa. Profumavano di zucchero e appiccicavano le mani, mi "rifacevo" la bocca con una generosa manciata. E mentre strisciavo gli stivali sulla strada, a pulire il mezzo metro di fango, il succo mi colava sul mento e sulla camicia.
A casa quel furto diventava la frutta di un paio di giorni. A volte, invece, spariva per riapparire sotto forma di:

Maritozzi di mosto
(questi li ha fatti Renata)
preparate il mosto dalla spremitura di un uva moscato o di un altra uva tendente al dolce. Usatene quanto ne richiede l'impasto. Fate una fontana con un chilo di farina (metà 00 e metà manitoba). Sciogliete un etto di lievito di birra in una tazza di mosto, battete 3 uova con 200 gr di zucchero incorporate alla farina e aggiungete 150 grammi di olio di oliva buono. Aggiungete all'impasto 30 gr. semi di anice e 100 gr di uvetta sultanina, entrambi ammollati nel mosto. L'impasto deve risultare morbido e appiccicoso, usate il mosto per regolare la consistenza. Lasciate lievitare l'intera massa per 2 ore. Poi formate dei panetti (biscotti) allungati e lasciate lievitare per altre 2 ore. Spennellate con l'uovo, cospargete di zuccherro e infornate a 140°. Cuocete fin che la superficie prende un colore marrone brillante (30 min.). Se ci riuscite lasciateli raffreddare.

Due consigli per mangiarli, oltre il classico modo al naturale nel caffè latte la mattina.
A fettine seccati al forno e inzuppati (pucciati) in un vin santo, magari l' "Occhio di pernice" di Avignonesi (e crepi l'avarizia), oppure votarsi alla distruzione morale del proprio ego naturista: aprendoli e spalmandoli di Nutella.