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09 aprile 2007

Scoccetta

Qui le foto di ieri

30 marzo 2007

Le Pasque passate

La cucina è grande, un lampadario al neon a forma di aureola lascia in ombra gli angoli della stanza. Me ne sto sdraiato su due sedie di paglia, sonnecchio, ogni tanto apro gli occhi a controllare che mia madre sia sempre lì seduta a chiacchierare con mia zia, i piedi appoggiati sulla soglia del camino. Un fuoco timido ogni tanto scoppietta sputando schegge di brace che volano silenziose sotto al tavolo. Sopra, coperte da canovacci da cucina stanno una dozzina di “pizze di Pasqua”. Mia madre ha dedicato il pomeriggio ad impastarle, ho piagnucolato per poterla seguire fin cui, a casa di zia Iole per vedere il lavoro nonostante l’avvertimento: “Guarda che faremo tardi, che poi le pizze devono lievitare due volte e poi le dobbiamo cuocere, finiremo a mezzanotte.”
Dopo cena sono crollato, ho visto a malapena carosello e poi mi sono sdraiato su queste sedie, sul vecchio televisore “Kennedy” in bianco e nero, ora c’è un signore con gli occhiali che fa domande a tre persone chiuse dentro a delle cabine e con grandi orecchie nere, chiudo gli occhi, mi riaddormento? Nelle orecchie mi ritorna il suono delle battistangole, domani dobbiamo “suonarle” per davvero, per la processione del “Cristo morto”. A me fanno male i polsi a furia di farle suonare, non sono neanche tanto bravo, ma il prete ha detto che la cosa importante è far rumore, per richiamare la gente, tanto rumore, quanto le campane. Chè le campane non possono suonare il venerdì di Pasqua vengono legate e potranno tornare a suonare solo la domenica della “Resurrezione”, e allora le sostituiamo noi bambini con le battistangole.
Mi risveglio, stavolta è stata mia madre a scuotermi: “E’ ora, sono le dieci e mezza e le pizze sono lievitate”. Usciamo di casa, il vecchio forno è ad una decina di metri dall’abitazione abbarbicato in alto sopra un rialzo del terreno a guardare la strada che scende da Cabernardi. Il gelo della notte mi sveglia mia madre e Iole camminano avanti ognuna tiene in mano una scatola di latta rotonda che una volta ha ospitato del tonno o delle aringhe sotto sale, oggi lavate e imburrate servono da forma per le pizze di pasqua, quelle di formaggio fatte con il pecorino. Mi seggo il forno è ospitato in una minuscola baracchetta ai lati della “bocca” del forno, due sedili in cemento, sotto la bocca fascine e legna. Iole apre, ed una vampa di calore mi colpisce il volto, guardo dentro l’aria tremula illuminata dalle braci rosse da un lato, le prime quattro pizze finiscono in fondo al forno, zia richiude: “Aspetta qui, andiamo a prender le altre”.
Buio, freddo,i sensi in ascolto, i rumori della notte: scricchioli, passi, una civetta canta più in alto, un frullo d’ali passa d’avanti alla baracca, quando torna mia madre? Subito, un paio di giri e tutte e dodici le pizze sono in forno. Ora bisogna aspettare qui, controllare di tanto in tanto con una piccola torcia quadrata, tener chiusa o lasciare aperta la bocca del forno a seconda del colore che prende la superficie delle pizze, alternarle quelle in fondo davanti e viceversa. Ogni tanto una zaffata mi raggiunge: profumo di pecorino, di pane, avverto anche lo sfrigolio di qualche pezzo di formaggio che cola fuori della teglia. Ho l’acquolina in bocca, ma dovrò aspettare, la tradizione dice che bisogna mangiarla per la colazione del giorno di Pasqua, accompagnata da salame, uova sode benedette, che coloreremo dopodomani, e anche un po’ di fritto d’agnello.

Pizza di formaggio Pasquale

Per un paio di pizze medie o per una bella grande : batti bene 3 uova, incorpora 30 gr burro sciolto, 3 cucchiai di olio di oliva, 100 gr parmigiano grattugiato e 50 gr pecorino grattugiato tipo romano o altro ben stagionato. Fai sciogliere sbriciolandolo 40gr di lievito di birra in pochissimo latte tiepido, incorpora all’impasto. Aggiungi 2 cucchiani di sale una bella grattata di pepe al mulinello e un grattata di noce moscata. Aggiungi farina setacciata 250 gr tipo Manitoba e 250 gr di tipo 00. Impasta bene il tutto fino ad ottenere una massa morbida, continuando ad impastare incorpora una bustina di lievito secco per pizze salate. Lascia lievitare per un paio di ore. Dopodiché fai a tocchetti del pecorino fresco e incorpalo all’impasto. Imburra lo o gli stampi e metti la massa nei contenitori lascia lievitare in un luogo caldo (va bene anche il forno spento), quando l’impasto ha superato il bordo del contenitore accendi il forno a 180° con funzione ventilata e cuoci per circa 40 minuti (60 se hai fatto una sola pizza).

A parte la mattina di Pasqua, la pizza di formaggio è un' ottimo antipasto abbinato a salumi ed affettati in genere, dntro è bene ritrovarci grossi pezzi di pecorino cotto.

26 marzo 2007

Che ti ricordi ... ?

Cosa ti ricordi tu degli anni '80 ? L'ho chiesto a qualche amico, con un "sondaggio" veloce via sms. L'età fa molta differenza, bastano quattro anni di gioventù per non ricordarsi degli sconvolgimenti politici ed economici e per ricordarsi solo di "vespa, spensieratezza ed esami".
Gli anni '80 cominciano con tre tragedie: Bologna, Ustica e il terremoto dell'Irpinia, a parte la possibilità di prevederli dei terremoti sappiamo tutto, delle prime due ancora oggi, e aggiungo oramai, non sappiamo nulla. Nei primi anni '80 quando parlavi di economica parlavi di inflazione siamo oltre al 20% per i primi anni '80 con un costo del denaro che tocca il 35%, l'inflazione scenderà sotto la doppia cifra solo nel 1985 dopo la discussa riforma della cancellazione della "scala mobile" del governo Craxi. La politica di questi dieci anni è caratterizzata da alcuni fatti che fanno la storia: la crisi interna della DC, l'epoca Craxi con il primo governo della storia Italiana che supera i mille giorni di durata, la morte di Berlinguer a quattro giorni dalle elezioni europee del 17 giugno 1984 e il provvisorio sorpasso del PCI sulla DC, la crisi del PCI dopo i nuovi venti che soffiano da Est. A livello internazionale ti ricordi di Regan, di Solidarnosc, della Thatcher, di Giovanni Paolo II e dell'attentato del 13 maggio 1981, di Gorbaciov e della caduta di Berlino di piazza Tien-an-men.
Lella ricorda che nel 1986 a Bruxelles tutti mangiavano la verdura e bevevano il latte, anzi la lattaia che consegnava ogni mattina, offesa, non capiva perchè quella famiglia italiana avesse smesso di ritirare il latte fresco. Era il 28 aprile quando in Scandinavia i sistemi di misurazione della radioattività di una centrale a nord di Stoccolma fecero scattare l'allarme, ma fu solo la sera che la "Tass" confermo l'incidente di due giorni prima. Un disastro di quella portata per un esperimento che ci si rese subito conto come sarebbe finito.
Sportivamente quelli sono gli anni di "Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani, (allenatore Bearzot)", del mondiale '82, e chi si ricorda più dello scandalo del 1980 che tenne fuori dagli stadi diversi giocatori tra cui Paolo Rossi "bomber" di quel mondiale e recuperato appena in tempo.
I computer esistevano ma noi non li conoscevamo, a scuola erano vietate le calcolatrici, ve lo ricordate? Figuariamoci se c'erano i computer. Erano gli anni del cubo di Rubik, in televisione c'erano Mazinga e Orzowei, ma noi guardavamo "Quelli della notte" e "Indietro tutta", "Happy days" e "Drive in".
La musica spaziava da Alan Sorrenti ai Rockets fino a "The Wall", per poi passare ai Police e ai Righeira.

Ma cosa mangiavamo nei ristoranti in quegli anni? A parte che le volte che andavi al ristorante, che non fosse pizzeria, le conti sulle dita di una mano, io me lo ricordo un pò il menù tipico tradizionale del ristorante domenicale negli anni '80. Era l'epoca dell' antipasto all'italiana: composto di affettati e sottaceti, già pronti sul piatto quando ti sedevi, con quella fetta di salame affogato tra olio e aceto, poi c'erano le classiche tagliatelle col sugo, da non dimenticare i "tortellini alle 3P": Panna, Prosciutto e Piselli, o le "penne alla norcina" con panna e salsiccia, e poi te li ricordi i "tris di primi"? E gli spaghetti al pomodoro destrutturati, scolati senza condimento e serviti con qualche cucchiaio di pomodoro sopra? Il secondo cominciava con il "Rosbiff con i piselli" e dopo trovavi il mitico arrosto misto. Erano gli anni della "Frutta", quella portata a tavola in una "ball" di vetro e accompagnata con un'altra "ball" piena di acqua per lavarla. E se non stavi al mare uno dei pochi piatti di pesce che alla fine degli anni '80 trovavi nell'entroterra erano le "Penne con gamberetti e zucchine". Io li ho rivisitati così:

Riagatoni con gamberi in crema di zucchine


Per la crema e per sfamare 4 persone lavate e pulite 4 zucchine mediamente grandi privandole dei semi e di parte del bianco interno, fatele a tocchetti e mettetele a cuocere con uno scalogno in un fumetto di pesce preparato precedentemente con le teste dei gamberi, lasciate andare per un trenta minuti e poi passate tutto al frullatore ad immersione.
In una padella con poco olio fatete andare a fuoco vivo per 5 minuti due zucchine fatte a toccheti, slate e mettete da parte. Aggiungete una piccola noce di burro e cuocete per 1 minuto per parte, ciunque gamberi a persona, sfumate con 2 cucchiai di brandy e due cucchiai di succo di arancia, fate rapprendere il succo e reincorporate le zucchine. Saltate la pasta nella padella con l'intingolo, servite "specchiando" il piatto con la crema di zucchine e adagiandovi la pasta condita con un filo d'olio a crudo.

22 marzo 2007

La fine dell'inverno

La fine dell’inverno nella mia memoria infantile, coincideva con il ritorno di mia nonna. Lei viveva a Viareggio con un mio zio, e a primavera, forse per Pasqua, tornava a trovarci, una visita, qualche giorno.
Viareggio alla fine degli anni sessanta era lontana, più lontana di oggi. E se avevi una Renault10, come aveva allora mio zio, ti potevi permettere, di attraversare l’Italia, da est ad ovest due o al massimo tre volte all’anno. E così l’arrivo della nonna annunciato per posta, con lettera cartacea, chè di telefoni nel mio paese ce n’erano solo tre, al municipio, nella banca e al bar, era vissuto con agitazione e frenesia da noi più piccoli. Questo stato d'animo "psichedelico" era dovuto al fatto che dopo il Natale, o meglio dopo la Befana, a noi i regali li portava la Befana, questa era una delle poche altre rare occasioni di ricevere un regalo nell’arco dell’ anno.
Loro arrivavano di sera, giusto in tempo per la cena e la scena era sempre la stessa: mio zio un uomo biondo, capelli mossi, occhi azzurri, sopracciglia folte, appariva sulla soglia senza nulla in mano. Noi bambini lo assediavamo con tutte le domande di un bambino che aspetta una cosa desiderata, con quel desiderio che forse oggi i nostri bambini non hanno più tanto. Lui rimaneva evasivo, faceva finta di non capire, dopo un po' cominciava a sorridere divertito di quello stressante rompimento di balle infantile. Ammiccava , diceva e non diceva e poi sì, ammetteva qualcosa e allora noi cominciavamo a cercare, ripercorrendo la strada, i pochi passi, tra la sua auto e casa nostra. Era scontato che da qualche parte trovavamo qualcosa, cose che oggi apparirebbero banali: una scatola di soldatini, un' areo di quelli che lanci con la fionda, un missile che lanciato, anche questo con una fionda, ricadeva con l'apertura di un paracadute. Banalità che facevano festa e che dal giorno dopo, la sera c'era il tempo di cenare e finire a letto, avrebbero accantonato i giochi della Befana passata.
Il giorno successivo era sempre domenica quelle domeniche di paese di una volta scandite da fatti ricorrenti sempre uguali, il bagno di noi bambini, il vestito della domenica, la messa e poi il pranzo della festa. Il menù della festa ancora oggi in molte case è lo stesso di quello di un tempo, di quello della tradizione: tagliatelle al ragù e:

"Arrosoto misto" della domenica

Per circa sei persone: una spalla di agnello a cui avrete fatto incidere l'osso dal macellaio, per facilitarne il taglio, un pollo non troppo grande a cui smonterete ali e cosce e a cui dissosserete i petti, un pezzo di lombo di maiale, o una parte di un filetto di manzo. Rosolate la carne a fuoco vivo con olio, un paio di noci di burro, e gli odori (aglio, maggiorana, romarino, salvia) sfumate con mezzo bicchere di vino, salate, pepate e infornate a 180° per circa 30 minuti, le cotture dipendono dalle dimensione dei vari pezzi di carne, regolatevi. Lavate e pulite circa 150 gr di patate a persona tagliatele a spicchi e cuocete in forno a 180° per circa 45 minuti o 30 minuti se avrete l'accortezza di tuffarle in acqua bollente per 5 minuti, conditele con olio, sale e pepe. A parte lavate due cespi di radicchio e dividetelo in quattro parti, adagiatelo in cartoccio di alluminio, condite con sale, pepe e olio buono, chiudete il cartoccio e infornate per circa 15 minuti. Impiattate disponendo la carne e le verdure, nappate patate e carne con il fondo di cottura di quest'ultima.
Da berci un qualsiasi rosso importante, ma se vi capita provate l' "Olmaia" il Cabernet in purezza di Col d'Orcia, perfetto.

28 gennaio 2007

Le cose essenziali

In Svizzera, abitavamo in un paesino veramente piccolo, arrocato alle pendici del monte (credo) Gradiccioli, o comunque alle pendici di quello spartiacque che è composto dalla catena che va dal monte Lema a sud al monte Tamaro a nord, zona veramente pregevole da un punto di vista escursionisitico. Sopra casa nostra, non visibile dal basso, intorno ai 1400 metri c'era, e c'è tutt'ora l'alpe di Torricella. Alpe, nell'etimologia ticinese, sta ad indicare quello che in Italia è un alpeggio, e quindi un'attività produttiva agricola o zootecnica. In pratica, ci sta un contadino allevatore di vacche o capre, che raccoglie i prodotti dell'orto e fa il formaggio.
Il contadino in questione, di età indefinita ma non giovane, barba e capelli estremamente lunghi, brizzolato, cappellaccio di feltro sulla fronte, camiciona a scacchi, pantalone in coste di velluto alla zuava, calzettoni e scarponi da montagna. Immagino che se lo si incontrava di notte per il sentiero che portava a Torricella, poteva anche far pensare "all'uomo nero". La persona invece, ricordava il nonno di Heidi, estremamente "a modo" come avrebbe detto mia nonna. Tanto che un pomeriggio passando per casa sua, di ritorno da un lungo giro in rampichino (mountain bike), ebbi modo di scambiarci due parole. Era pomeriggio tardi, mi ero fermato alla sua fonte per riempire la borraccia d'acqua. Lui si presentò con un bicchiere di latte e due fette di pane con del formaggio. Seduto su un ciocco di legno con lo sguardo che si perdeva nella valle del Vedeggio, sotto di me, il lago di Lugano più in la e giù fino al confine con l'Italia, feci una di quelle merende che ti rimangono scolpite nella mente, e nel cuore, per sempre. Scambiammo poche parole, mi chiese da dove venivo e dove andavo, di cosa mi occupassi in Svizzera e dove abitavo. Io gli chiesi come si stava a vivere lassù da soli, lontano dalla gente. Fece un largo sorriso e disse: "Io qui ho quello che mi basta." Mi fece poi notare che non era solo, aveva un cane, qualche vacca , diverse capre, e che per quel sentiero, che stavo percorrendo, passavano anche abbastanza persone, persone diverse. Mi indicò la valle e disse: "Perchè le persone che arrivano fin qui, a piedi o in bicicletta, come te, sono diverse da quelle che rimangono laggiù."
Lo salutai, risalii in bici e ripresi a scendere, con quelle due frasi che rimbalzano ad ogni sasso e ad ogni buca che prendevo, e mentre da "diverso" ritornavo ad essere "normale" man mano che scendevo a valle, mi resi conto che non c'eravamo neanche presentati.
Qualche tempo dopo, forse mesi non ricordo, in coda alla cassa del supermercato sotto casa mia, lo vidi davanti a me, che spingeva un carrello. Pensai che anche lui nonostante tutto doveva piegarsi alla "globalizzazione". Quando appoggiò la merce sul banco della cassa, apparvero diverse confezioni di sale, zucchero, farina e due pacchi di spaghetti. Mentre riempiva uno zaino da ottanta litri i nostri sguardi si incrociarono, "Come va?" gli chesi. Mi indicò i due pacchi di pasta che teneva in mano e disse "Sono il solo vizio che mi concedo... il resto è l'essenziale, venga a trovarmi che ne parliamo."

Non andai più. Il lavoro, la famiglia, il tempo, non salii più all'alpe di Torricella e oggi, che non abito più lì, diventa quasi impossibile ritornarci. Ma la scena di quel supermercato è una foto, per niente scolorita, nella mia mente, lo zucchero, la farina e il sale: l'essenziale, il resto era sù, sopra quei boschi che si vedono sulla sinistra, percorrendo l'autostrada verso nord, lasciando Lugano. A più di un amico ho raccontato questo fatto, ma non per semplice anedottismo, ma, mi rendo conto ora, per convincere, se ce ne fosse bisogno, me stesso che si può vivere di essenziale, o quanto meno del "non troppo".

La ricetta?
Uno spaghetto, burro, formaggio e ricotta come si mangierebbero all'alpe di Torricella.

Nella foto la discesa dal Tamaro verso l'alpe di Torricella e l'alta val Vedeggio (fonte Bikexplorer)

20 dicembre 2006

L'olio buono

Ho sempre avuto un debole per le storie e per i racconti. In particolare quando li ascolto dalla viva voce dei "vecchi". Adoro i racconti di vita quotidiana, di folletti e streghe, di montagna, di alpinismo, di cose da mangiare. Sfrutto sempre l'occasione per far parlare e per ascoltare qualcuno che ha storie da raccontare. Prendo appunti mentalmente, poi, ripercorro le strade, visito i luoghi e i posti delle storie, e ci metto i piedi dentro.

Mia nonna aveva alcune "fisse" del suo passato: l'aglio, panacea per la spagnola del "diciotto", lo zucchero da comprare oltre confine quando andò a vivere a Baveno, l'olio che andava a comprare vicino a Spoleto a novanta chilometri da casa. Ve le immaginate 'ste donne che prima della guerra (la sencoda mondiale) salgono sul treno e con le damigiane in grembo vanno a comprare l'olio? Un giorno di viaggio:
in calesse fino alla stazione e poi con due treni diversi fino a Spoleto, da lì a piedi fino al frantoio.
Riempiono le damigiane, le mettono sulla testa, ammortizzando il peso con la "coroia" anello di stoffa ricavato con la "guluppa". Poi Carletti (padre dell'attuale proprietario) le caricava tutte sul rimorchio del trattore e le riportava alla stazione, e poi di nuovo a casa. Quanto valeva quell'olio secondo voi? Tanto, ve lo dico io. Lo strutto era il grasso giornaliero e l'olio di oliva era "oro", che mica andavi a Spoleto più di una volta all'anno! Quel viaggio è impresso nella memoria di tutti: mia, di mia madre, di sua sorella, ogni volta che ritorniamo è argomento di discussione, di ricordi che rivivono e che si confrontano.

Oggi il viaggio è più semplice, in auto sarà un'oretta di passeggiata, parcheggi entri e ti sembra di finir per terra, si scivola, il pavimento di un frantoio per quanto ci passi lo straccio, non viene mica pulito.
Carletti ha sempre il fuoco accesso ti mette su due bruschette, te le condisce con l'olio buono e una fetta di pecorino e hai fatto colazione o merenda. Poi cominci a parlare di come è andata l'annata dell'oliva, era caldo era freddo, no la mosca non c'è tranquilli, è più fruttato dell'anno scorso, l'acidità è perfetta come previsto dal disciplinare, quale te piace de più? questo lo spremuto prima, è più dolce. Poi decidi il prezzo al chilo mica al litro, e poi lo compri. Nelle apposite latte previste dalla normativa vigente, che oggi l'olio sfuso non lo si può più comperare, a meno che non sei un conferitore di olive.

E certo di avere comperato un "extravergine" con spremitura a freddo: lo vedi con i tuoi occhi che la frangitura è fatta con molazze di pietra, niente mulini a ciclo continuo o frangitori a martello. Che la gramolatura, meccanica è fatta sotto al frangitoio, che il trasferimento sui "fiscoli": i dischi filtranti, è fatto per caduta e che la spremitura la fà una vecchia pressa Rapanelli da un paio di cento tonnellate. Puoi riprendere la strada di casa.

E una
volta tornati c'è solo una cosa da fare: farlo assaggiare a tutta la famiglia. Scusa di "basso profilo" per mettere al forno mezza fila di pane ad "abbrostulire" per una bruschetta estemporanea e sostitutiva della cena. Da non dimenticare l'altra mezza fila di pane, da inzuppare in olio e aceto per una panzanella con l'olio nuovo.
Per togliersi tutte le curiosità sull'olio di oliva questo è un buon sito, e sempre dallo stesso sito in questa pagina trovate le classificazioni

25 novembre 2006

Cronache "cicerchiane"

Faceva caldo ieri sera, roba da andarsene in giro solo con una felpa, ed era il ventiquattro novembre. Alla festa avevano acceso, come sempre, anche i "foghi", così faceva ancora più caldo.


La slow food ha premiato, prima edizione del premio sulle biodiversità, un contadino che si impegna a non far sparire prodotti tipici e destinati all'estinzione. Me lo immagino in questo suo orto circondato da filo spinato e con una mitragliatice in mano a difender pomodori e melanzane come quei soldati giapponesi ritrovati, trent'anni dopo la fine della guerra, dimenticati nelle isole in mezzo del pacifico: in bocca al lupo.


"Spaccaball" era nervoso, sarà stato il caldo, ma era nervoso. "chi?che?co?io?" ha fatto il servizio fotografico della festa, ... ! Alle sei avevano già fame ho cercato di intrattenerli spiegando la cicicerchia e come si usa, peggio, la fame è aumentata. Li ho coinvolti in una mostra fotografica, di un bravo fotografo che ha messo le Marche nel suo obiettivo. Li ho distratti con l'acquisto del legume alla cantina de "La Buona Usanza", e di un ottimo formaggio di un buon produttore che presto andremo a trovare a casa di lui. Ma dove ti giravi era tuttto commestibile, tanto che "chi?che?co?io?" ad un certo punto è sparito. Lo abbiamo ritrovato nei pressi di un chiosco che vendeva "pane e gaungiola". Il guanciale tagliato sottilisimo viene scottato in padella con odori e vino e poi messo tra due fette di pane. "Hai mangiato un panino?!" "Chi io? No". Aveva gli occhi che stentavano indifferenza, le labbra unte e la bocca impastata da quella patina di grasso succulento. Invidia.
Alle sette non li ho più tenuti, "spaccaball" voleva a tutti i costi i biscotti di una pesca di beneficenza e "chi?che?co?io?" continuava a lamentarsi dei crampi allo stomaco. Cantina della Botte. Cresciola di polenta con le erbe tanto per gradire, zuppa di cicerchia con maltagliati e tagliatelle di cicerchia (ottime), maritozzi di mosto e "nutella". E' finita che mi sono ritrovato completamente zuppo di vino, "chi?che?co?so stato io?".
Presto qualche ricetta a base di cicerchia.

19 novembre 2006

La merenda ... di Nonna

Ho un caro amico, che è stato sempre di poche parole. Ci siamo conosciuti lavorando: Abbiamo passato qualche anno assieme. Bellissimo periodo di quelli che quando ricordi dici, "ci siamo divertiti", poi ci pensi e stavi lavorando. Dovrebbe essere sempre così.
Oggi siamo rimasti amici con lavori diversi e ogni tanto ci ritroviamo a mangiare buon cibo e a bere un bicchiere buono.

Un giorno d'estate, dopo un pranzo veloce e gustoso, ci mancò il dolce. Attaccai allora con una sequela di ricordi legati alla mia
infanzia. Cominciai a scodellare tutte le "merende di quando ero piccolo": paneacquazuccheroevino, paneburroezucchero, paneecioccolata, e via dicendo. Lui non disse nulla. Si alzò. Prese dal frigo un po' di ricotta, la mise in un piattino e ci spruzzo intorno zucchero e cannella in polvere. La mangiammo spalmandone generose cucchiate sul pane, "pucciate" anticipatamente tra zucchero e cannella. Quando tutto fu finito, mandò giù un sorso di passito, si accese un mezzo toscano e mi disse: "Questa era la merenda che mi preparava mia nonna".

Tempo dopo ho cominciato a rimuginare su questo piatto, per reinterpretarlo in chiave un po' più moderna. Così via sms ho fatto una proposta, bocciata
, un'altra, bocciata, un'altra, richiamo all'ordine: nulla a che vedere con l'origine della ricetta.
Poi tra le ricette della mia famiglia, che sto cercando di raccogliere, ho trovato il dolce che mia nonna mangiava un secolo fà. Quando scrivo un secolo, non è un secolo come quando dici ad un amcio:"... è un secolo che non ci vediamo!". Il mio secolo sono 100 anni, mia nonna nacque nel 1901 e io penso che lasciandomi tra i suoi ricordi di bambina questo dolce, i suoi cinque anni fanno un secolo. Questo dolce, dunque, sempre a base di ricotta, veniva condito con lo zucchero e, indirettamente, con la cannella. In effetti questa ci finiva in forma diversa dalla polvere. La ricotta e lo zucchero venivano bagnati dall' Alchermes.

Alchermes etimologicamente dall'arabo Al(il) e Qirmiz(verme), deve la sua colorazione rossa al Coccus bophica o al Planococcus. Che altri non sono che: cocciniglie, animaletto infestante delle piante. I quali venivano seccate e ridotte in polvere. la preparazione casalinga prevedeva alcool in infusione con chiodi di garofano e cannella ed altri aromi. Lo zucchero, un secolo fà, era poco usato, roba troppo fine, il succedaneo per eccellenza, il miele.
La nonna della pianura rovigiotta, incontra la nonna dei monti marchigiani in una simbiosi dolce e profumata e quindi caro Tu, la prossima volta che vieni a pranzo da me (anzi muoviti), ti faccio trovare una:

Mousse di ricotta e cannella, con sciroppo di alchermes e miele di acacia.

In una terrina impastate la ricotta con poco zucchero e una spruzzata di cannella. Disponete nel piatto dando la forma preferita, spolverate con zucchero e cannella e disponete miele di acacia e sciroppo si alchermes, ottenuto sciogliendo 200gr di zucchero e 6 cucchiai di alchermes.

31 ottobre 2006

Le passioni nascon da piccoli.

E' velato da una leggera foschia, il ricordo di quella domenica di 35 anni fa. Era l'inizio dell'estate, la scuola finita, la voglia di stare in giro e non tornarsene mai a casa. Del pranzo di quel giorno ho una sola immagine nitida e cristallina: cinque bicchieri trasparenti colmi di crema gialla, cioccolato nero e venati da gocce di alchermes che venivano infilati in frigorifero. Ricordo la porta che si chiude e la voglia di far correre il tempo in avanti per affondare il cucchiaio in quell'insieme cremoso, e romperne le precarie geometrie.

Ricordo mio padre che ci carica in macchina, me e i miei fratelli più piccoli, la passeggiata mattutina nel paese vicino a comprare il giornale. Ricordo mio fratello quattro anni o giù di lì dondolarsi su di un' altalena improvvisata con una catenella. Ricordo il tonfo sordo della sua testa sul marciapiede, il pianto isterico, la gente che corre, la corsa in ospedale con il sangue che macchia il sedile. Il dottore che ride e dice che si è fatto un bel buco in testa. Ricordo la faccia di mia madre quando mi vede apparire con un'amico di famiglia, lei che raccoglie in una borsa poche cose per restare in ospedale. Ricordo l' ansia che mi assale quando capisco che verremo trasferiti da mia nonna. Ricordo un mio accenno vago al pranzare prima di andarsene che tanto mio fratello sta bene, ricordo vagamente la risposta e il mio pensiero che andava a quei cinque bicchieri nel frigo.

Non ricordo cosa mangiammo quella domenica, ma ricordo che la mia tristezza fu associata all'incidente, mentre invece la causa era l'aver abbandonato al suo destino quella "zuppa inglese", che neanche sapevo si chiamasse così. Ricordo giorni dopo quando rientrammo in casa, con mio fratello sano come un pesce, scoprire nel frigo i cinque bicchieri con un leggero velo di muffa, immangiabili. Ricordo la tristezza che mi chiuse la bocca dello stomaco, e credo che lì sia nata la mia grande, indefessa e infinita passione per la:

Zuppa inglese
per il pan di spagna
Battete a lungo (15 minuti) 3 uova con 100gr di zucchero, fintanto che il composto diventa spumoso e "scrive" (se lo lasciate gocciolare, non si riassorbe subito). Aggiungete e ammalgamate lentamente, 40gr di farina, 40gr di fecola e un pizzico di sale. Versate in una pirofila ben imburrata e infornate a 150° per 40 minuti.
per la crema:
battete 4 tuorli d'uovo, con 4 cucchiai di zucchero a velo. Aggiungete 4 cucchiai rasi di farina, 400 grammi o 500 di latte (a seconda della densità finale). Mettete una buccia di limone e mezza di arancio ( o mandarino) evitando il bianco. Cuocete a bagno maria finche la crema non raggiunge la densita' desiderata.
per la cioccolata:
Sciogliete a bagno maria 125gr di cioccolata "extrafin" non meno del 70% di cacao, con 50gr di panna, incorporate un uovo intero e lasciate cuocere per altri 2 minuti.

Componete la zuppa inglese alternado la crema, cioccolata e pan di spagna quest'ultimo bagnato con una soluzione di alchermes e marsala.


21 ottobre 2006

Gelato caldo

Sono al computer, un po' di cose rimaste indietro. Qualche mail non letta, mi preparo al fine settimana. Un clacson suona dal cortile di casa, tre lunghi strombazzate di richiamo, a ricordarci che oggi è venerdì.
Da dietro le spalle sento trambusto, qualcosa che cade. Tre stanze più in là Matteo si mette a correre, fa gli scalini, accellera sul corridoio, quando passa davanti allo studio, quasi vola. mi lancia appena uno sguardo eccitato: "Corri che è arrivato il gelatooo..."
Si fionda fuori uscendo sul giardino, nel viottolo quasi si scontra con Giacomo, che esce anche lui di corsa, ma dalla casa di fronte. E' una gara a chi arriva prima al furgone del Fabri.
E già qui da noi il gelato ci arriva dentro casa. Fabrizio scende apre il retro, il fianco del furgone, e si mette in "consolle".
"Io vojo i'gelato caldo..!" Il primo e per Matti una coppetta di panna (gelato caldo) e poi via tutti i bimbi, anche quelli del vicinato. Poi qualche mezzo chilo o chilo per casa, due chiacchere veloci che il giro non è finito. Un saluto e alla prossima, ciao Fabri.


Gelato di crema all'aceto balsamico

Procuratevi dell'ottimo aceto balsamico tradizionale o un condimento da esso derivato. Evitate ASSOLUTAMENTE quelli che si trovano nei supermercati, nulla hanno a che vedere con il nome apposto in etichetta. Si tratta invece di aceto rosso tagliato con caramello. L'aceto Balsamico invece è mosto di uve cotto, sottoposto a fermantazione zuccherina ed acetica per un minimo di 12 anni, con un processo di invecchiamento che riduce del 85% il quantitativo iniziale. Parlo di condimento tradizionale perchè l'aceto balsamico è "abbastanza costosetto" qui potete trovare sia l'uno che l'altro.

Dopo l'aceto procuratevi del buon gelato di crema. Nella quantità per 4 persone di gelato, aggiungete un cucchiaio di aceto e ammalgamate , fino ad incorporare il tutto. Servite e gustate.

12 ottobre 2006

Prenditi un paio d'ore.

Prenditi un paio d'ore, carica tre amici in macchina. Portateli in un posto ameno e senza pretese.

Ordina salame, prosciutto e formaggio buoni, un "graspo" di moscato e una panachè.
Fatti due chiacchere e quattro risate, festeggia qualcosa, magari il compleanno di uno di loro.
Saluta la signora. “La torta avanzata, ve la congelo per la prossima volta”. Prenditi una boccata d’aria e poi tornatene in ufficio.

Auguri Tè....