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13 giugno 2011

La prima volta


Il maresciallo sta camminando su e giù lungo la stanza, misura a grandi passi l’ufficio: tre passi e mezzo soltanto. Da una parte la sua scrivania, di lato a questa, sulla sinistra, la finestra che da sul giardinetto della caserma, dalla parte opposta un piccolo tavolino con una macchina da scrivere, e una sedia che sembra di quelle dei banchi di scuola. Sopra la sedia un altro carabiniere, le spalle della giacca con una punta di freccia rossa. Di fronte alla scrivania, tra la finestra e il banchetto di scuola ci siamo noi quattro. Fa caldo il sole di agosto picchia di brutto nel pomeriggio pieno, le cicale "ragliano" che sembrano un macchinario a motore: la finestra che da sul giardinetto è aperta, ogni tanto folate di vento caldo vengono dentro, a farmi sudare più di quanto già non faccia. Con la coda dell’occhio osservo la strada oltre il giardinetto, se qualcuno dovesse passare, potrebbe anche vederci, vedermi. E se qualcuno mi vede in caserma, e lo dice a mio padre, mio padre mi ammazza. Sicuramente mi ammazza. Oppure mi riempie talmente di botte che, forse, sarebbe meglio se mi ammazza. Quelle morti, subito, istantanee.

Ecco adesso se potessi rimettere indietro l’orologio del tempo … Ci deve essere un modo per fermarsi, per dire: “no fermi, non vale”. Come quando giochiamo a nascondino e uno non riesce a trovare un nascondiglio, e allora si ferma tutto il gioco. E no, appunto, non vale. Si, non vale neanche fermare il gioco. Se in 100 secondi non riesci a trovare un nascondiglio, sei tu che hai problemi, mica il gioco. Comunque rimetterei indietro l’orologio del tempo, fino a ritrovarmi sulle scalette della chiesa quando qualcuno ha detto, “andiamo giù a Camartoni a fregare le ciliegie da Mazzi" Ecco io se potessi adesso direi “No, raga. Aspettate.” Invece siamo partiti, la strada in discesa ha aiutato lo slancio e neanche in cinque minuti ci infilavamo tra le vecchie case della Croce. L’orto di Mazzi in bella vista, la recinzione con la rete a rombi larghi che poco può contro lo slancio di questi dodicenni eccitati dal "vietato". Un salto e via chi si arrampica sull'albero, chi sotto tiene la maglietta allargata per raccogliere i frutti, le foglie, i rami. Ma come i rami? Ma come ti è venuto in mente di spezzare un ramo? Per far prima ! Per far prima? Ma sei deficiente ?! I rami ? Se c'è una cosa che ti insegnano a non rompere i rami degli alberi da frutto.

E’ che a dodici anni se non sei stupido, sei deficiente, se poi di dodicenni ne metti insieme quattro non fai 12x4=48 per qualche strano motivo di matematica che si mischia ai neuroni 12x4 in questo caso fa un 8 scarso.

“Signor poliziotto …!” Qualcuno rompe la sequenza dei miei pensieri. A parlare credo sia stato Massimino. Non ha fatto in tempo a finire “…ziotto” che il maresciallo che camminava per la stanza in maniche di camicia rimboccate, la giacca appoggiata sulla sedia, è diventato tutto rosso e si è messo a urlare. Urla che sembra matto, mi urla in faccia convinto che a parlare sia stato io. Urla talmente tanto che mi tremano le gambe. Il mucchio di ciliegie appoggiato sopra la sua scrivania è scomparso dietro di lui. Ciliegie calde prima, figurati adesso, caldo su caldo. Il ramo spezzato, invece, lo tiene in mano, ancora, il signor Mazzi, in piedi dietro di noi. Sembra un bastone tipo quello del papa, solo che è pieno di foglie, che si stanno appassendo, e di ciliege. Ogni tanto una ciliegia cade e allora il signor Mazzi la raccoglie e la tiene nella mano libera. Intanto le urla continuano "CA-RA-BI-NIE-RE, CA-RA-BI-NIE-RE "Se continua ad urlare giuro che mi metto a piangere. Speriamo che passi mio padre, così mi vede mi ammazza ed è tutto finito.

Poi è un attimo, si sente solo il suo respiro, son tutti in silenzio, non che prima parlasse qualcuno, ma adesso non respirano neanche. Aspettano qualcosa, qualcosa da me, perché tutti gli occhi sono puntati su di me: i miei amici mi guardano, il carabiniere alla macchina da scrivere mi guarda, il signor Mazzi mi guarda e anche il maresciallo mi guarda. Io lo guardo mentre piegato sopra di me, paonazzo dall’arrabbiatura, punta il dito indice all’altezza dei miei occhi. Suggerite ! Ecco mi passa per la testa lo stesso pensiero che ho, quando la prof mi chiama alla lavagna per l’interrogazione: suggerite per favore ! Ma per quanto resto in ascolto non sento nessun sussurro. Ha fatto una domanda. Si sicuramente ha chiesto qualcosa. Ma cosa ? Una goccia di sudore mi scivola lungo la schiena, sempre più veloce, e per come sono seduto rigido e teso in avanti, non c’è nulla a fermarla, si infila nelle mutande e arriva fin giù dentro alle chiappe. Ingoio, prendo fiato e …
“Sc... scusi … signor ... Poliziotto, mi ripete la domanda ?!”

L’avessi mai detto in due secondi due, ci ritroviamo tutti fuori dalla caserma, con il maresciallo che ci urla dietro, strappa i fogli dalla macchina da scrivere per tirarceli. Abbasso la testa mentre un foglio mi si volteggia davanti c’è scritto:

“lajsd kjaskjqj kjsadlkudo lakjsdaklsu kasjlkjdlqkje iqjkajkj jkaljsda jkdhqo khsakjh pakshdiuywp​qiw djaskj dqwi ojdoijdkajio hjw d oi jdijo ….” ma che lingua è ?

Restiamo in mezzo alla strada la porta della caserma sbarrata, tesi, disorientati, ma anche rilassati, il signor Mazzi col ramo in mano ci guarda la faccia in una smorfia di diniego. Ma come poliziotto ? Quello è un carabiniere !
Visto mai un carabiniere nei telefilm: Staschi e Ach sono poliziotti, Ponciarelli è un poliziotto, Kogiac era un poliziotto, e anche sulle strade di San Francisco, dove c'è quello con il naso grosso, tutti poliziotti, mai visto un carabiniere.
Tutti annuiamo alle affermazioni esperte di Massimino. Il signor Mazzi butta il ramo e se ne va. E con le ciliegie che ci facciamo ?

Strudel di ciliegie con crema frangipane


Per la pasta tirata dello strudel
150 gr di farina per dolci
80 gr di acqua tiepida
1 cucchiaio di olio di oliva
1 pizzico di sale
1 cucchiaio di aceto di vino bianco

In una scodella impastate gli ingredienti fino ad ottenere un impasto liscio e morbido, che farete riposare in frigo per una mezz'ora.

Per la crema frangipane
125 gr di mandorle macinate (o farina di mandorle se preferite minor consistenza)
100 gr di burro
125 gr di zucchero
50 gr di farina setacciata
1 uovo intero
1 tuorlo
Con una spatola amalgamate il burro morbido con lo zucchero, aggiungete le mandorle, incorporate l'uovo e il tuorlo, e poi la farina. Inserite tutto in una sac à poche e lasciate per mezz'ora in frigo, per riacquistare consistenza.


Preparazione finale
400 gr di ciliegie snocciolate
2 cucchiai di mandorle tritate o pan grattato
Burro fuso per spennellare

tirate la pasta con il mattarello stendendola su di un canovaccio infarinato, lavoratela a lungo fino a renderla sottile e trasparente, se la pasta resta troppo spessa risulterà dura dopo la cottura. Imburrate tutta la pasta con un pennello e del burro che avrete fatto fondere. Cospargete 1/3 della pasta con un po' di farina di mandorle o del pan grattato, disponete un poco di crema frangipane sopra alla zona dove avete cosparso le mandorle, stendete le ciliegie, ricoprite con la restante crema frangipane (io per la cronaca ho anche aggiunto gocce di cioccolato) e richiudete a rotolo, avendo cura di imburrare ancora mentre arrotolate.

Infornate a 180 gradi, per circa 40 minuti a metà cottura spennellate lo strudel, con un rosso d'uovo a cui avrete aggiunto due cucchiai di zucchero di canna, che deve rimanere consistente.

Io dovrei confessare altre piccole cose:

  • la distruzione di tutti i vetri delle finestre di una casa che consideravamo "abbandonata", i proprietari vivevano a Ferrara e quella era la loro casa di vacanza;
  • il furto di varie cose nell'alimentari del paese, un estate venimmo colpiti dal raptus cleptomane;
  • la distruzione della tenda in plastica dello stesso alimentari, andavano di moda gli Scoubidou ve li ricordate ?
Per tutto quanto sopra, abbiamo sempre avuto colloqui con la "polizia" locale. E voi avete mai combinato qualcosa da ragazzini ? Un po' di sano coming-out coraggio !

22 maggio 2011

Rustico


Rustico
Due cose questa parola mi riporta alla memoria. La prima é un sostantivo, un aperitivo che impazzava nei matrimoni degli anni ottanta. Rustici vari, i Rustici dello chef, i nostri Rustici. Rotoli di pasta sfoglia, sempre industriale e congelata, mi rifiuto di pensare che venisse fatta in loco, al cui interno aleggiava la memoria di un ripieno,che forse un tempo aveva abitato il luogo. Ne restava dunque il vago ricordo, l'eterea memoria, come in quei luoghi abbandonati da persone care o dai ricordi dell'infanzia, dejà-vu infiniti, che si arrolotolano l'un l'altro in un improbabile abbraccio alchemico. L'acciuga era l'inquilino più evidente, non per la quantità, certo che no. Ma il suo sapore deciso ne esaltava anche minime presenze molecolari. L'altro elemento evidente era il "vriustel" esoticamente germanico, invase le patrie terre insieme al "cuore di palma". Il vriustel della mia giovinezza sapeva di chimico fumo e null'altro, oltre il sapore di fumo era l'unico elemento che si poteva riconoscere, tradiva la sua presenza, si vedeva, c'era. I peggiori ? I "vuoti": li infilavi in bocca, lungo gli stretti bordi di piscine impossibili (l'aperitivo in piscina era il top della moda) li masticavi al sole di maggio, perpendicolare sui vassoi di salami sudanti e su mezze forme di grana gocciolante, e non sentivi nulla. Masticavi e masticavi ma niente. E alla domanda del vicino che, tenendo in mano il rustico incriminato, ti chiedeva cosa c'era dentro rispondevi: "vuoto". Vuoto, forse no, magari c'era qualcosa ma le terminazioni nervose delle papille gustative non erano riuscite a localizzare l'eventuale sostanza. E quindi era vuoto. Restavi a fissare il vicino con una espressione compassionevole, che nascondeva però, un profondo senso di vendetta: dai forza! Mangialo !

Rustico.
La seconda cosa che mi torna alla memoria é la forma aggettivizata di questa parola. La "R" leggermente allungata e calcata come a sottolineare la grezzaggine implicita nel soggetto destinatario. Una sorta di carta vetrata che ti raschiava la pelle per rendere evidente la poca educazione, la poca grazia messa nel fare le cose, la mancanza di attitudine al "self-improvment" direbbero oggi tra i banchi dei master in "business developpment". "Quanto sei rustico" mi diceva mia nonna. Rustico non era la negazione assoluta e definitiva, no era un elemento di classificazione, di definizione che quello che eri, quel che facevi si catalogava in qualcosa di definito, magari anche ben fatto, ma che rimaneva in un aurea di grezzaggine, di poca grazia. Rustico era il contrario di grazioso. Grazioso veniva citato con fare cantilenante e in un sorriso beato, accompagnato da occhi lacrimosi. Rustico aveva una sua struttura ben definita: prima era accompagnato da un suono gutturale "mgh" secco e deciso, la bocca pendeva verso il basso in segno di disapprovazione e il "quanto" si intramezzava nella frase." mgh! Quanto sei rustico!"
Ma "rustico" non offendeva, lasciava indifferenti, a volte divertiti, del tutto inoffensivo, quasi quanto "accidioso" ma quella è un'altra storia.

Poi magari con il tempo, quando si diventa grandi, adulti consapevoli della società che ci circonda si potrebbe, obbligatoriamente condizionale, diventare anche:

Dolcemente graziosi

Mi sono cimentato fuori dalla mia cucina "rustica" e terragna (def.:che sa di terra) un dolce che poco ha a che vedere con me, un po' per la complessità, la lunghezza dei tempi di preparazione e per un ingrediente : il cioccolato bianco, di cui non riesco ad entusiasmarmi. Ma leggendo e navigando nel mondo di Pinella, fantastica e bravissima pasticcera, mi sono innamorato di queste strisci di colore .

Copio e incolla, con venerazione, dal blog di Pinella la sua ricetta di "millerighe" :

Per il cremoso di fragole
400 g di purea di fragole ben setacciata
4 cucchiai rasi di zucchero
3 g di gelatina in fogli da 2 g

Far idratare i fogli di gelatina in acqua ghiacciata. Versare alcune cucchiaiate di purea in una ciotolina, scaldarla benissimo al microonde e sciogliervi lo zucchero. Nella stessa ciotola contenente la purea calda, aggiungere la gelatina ben strizzata e mescolare per rendere il composto omogeneo. Scaldare pochissimo al microonde la restante purea e versarvi il contenuto della ciotolina amalgamando bene i due contenuti.

Per la mousse di cioccolato bianco al profumo di limone
80 g di latte intero
2 g di gelatina in fogli da 2 g
scorza di un limone
150 g di cioccolato bianco Ivoire Valhrona
160 g di panna semimontata

Scaldare il latte con le scorze del limone e lasciarlo in infusione per 30'. Idratare i fogli di gelatina. Eliminare la scorza dal latte, riscaldarlo ancora e aggiungere la gelatina ben strizzata. Ridurre in schegge il cioccolato e farlo fondere al microonde. Passare al setaccio il latte caldo e versarlo in tre riprese al centro del cioccolato fuso emulsionando bene fino ad avere una ganache liscia e brillante. Unire la panna semimontata.

Preparazione dei bicchierini
Preparare dei bicchierini alti e stretti come quelli classici da spumante oppure da cocktail. (oppure come i miei) Velare il fondo con un cucchiaio di salsa di fragole. Riporre in abbattitore oppure in frigorifero.
Stratificare la mousse al cioccolato e riporre ancora in frigo. Velare di nuovo con le fragole solo a perfetto raffreddamento allo scopo di mantenere una certa nitidezza nella stratificazione.
Ultimare con uno strato di mousse al cioccolato.

Io ho aggiunto delle scorzette di limone candite: fate bollire le scorzette per 3 minuti in acqua, scolate e lasciate freddare, preparate uno sciroppo con 150gr. di zucchero semolato e 50gr. di acqua, portate a bollore e immergete le scorzette per 2 minuti, scolatele e lasciatele raffreddare. Ripetete l'operazione per 3 o 4 volte.

06 marzo 2011

Son mia de Venezia


“E tu da cosa sei vestito ?”
A parlare è stato Zorro. Ha la maschera tirata sulla fronte e sulla barba disegnata con un pennarello, ci sono evidenti tracce di zucchero a velo.
Guardo alle sue spalle sul tavolo dei dolci, non ho visto nulla con lo zucchero a velo. E' la festa di carnevale di tutta la scuola e la ricreazione dura di più. Possiamo stare a scuola vestiti con le maschere, e poi mangiare i dolci che le mamme hanno portato, e che i bidelli hanno messo su due tavoli nel corridoio. C'è una confusione terribile, bambini che corrono e si buttano per terra, lotte tra pirati, cauboi che inseguono indiani, coriandoli che volano, e che rimangono attaccati al miele delle castagnole. Ne ho dovuto buttare una perché non riuscivo proprio a staccarli tutti, i coriandoli. Peccato !

“Allora ? Da cosa sei vestito?” L’Arlecchino che gli sta di fianco continua ad ingollare un maritozzo ripieno di panna e nutella. E’ un Arlecchino sui generis piuttosto grassottello, ha un manganello di plastica giallo e rosso, infilato nella cintura che è scesa, in maniera preoccupante, sotto il ventre piuttosto prominente.

“Sono vestito da Brighella”
Zorro, mi scruta con aria interrogativa. Arlecchino non fa una piega, la panna sguscia da un lato della bocca, mentre assesta un morso al maritozzo. E’ velocissimo: sposta il boccone sulla destra e poi con la lingua raccoglie la panna che sta per finire per terra.
“E chi sarebbe Brighella ?!” mi fa Zorro curioso.
“E’ un amico di Arlecchino” gli rispondo felice che qualcuno finalmente mi rivolga la parola e faccia amicizia con me.

Zorro mi guarda dubbioso, si volta verso Arlecchino e gli chiede: “Ma lo conosci?” Arlecchino sta finendo il maritozzo e con la bocca piena muove la testa in segno di negazione, ingoia il mezzo maritozzo e sentenzia biascicando che io non faccio la Quinta A.
“E’ che Brighella è amico di Arlecchino nella storia! Non qui a scuola.” tento di spiegare.
“Che storia ?” Chiede Arlecchino, con la bocca ora libera di parlare

“La storia delle maschere no !” faccio io “Tu sei di Venezia” e indico Arlecchino “Mentre io venivo da un altro posto vicino a Milano mi pare, e poi ci siamo conosciuti.”
Zorro è costernato, piuttosto confuso. Infila la spada nella cintura del vestito fa cadere il cappello sulle spalle, che rimane legato con il laccetto sul collo.
“Guarda che lui non è di Venezia!”
“Eh no è! Io so de Falcunara alta ! E poi ‘ndo è che ce semo conosciuti ?! Io è la prima volta che te vedo ! ”

Lo avevo detto a mamma che questa maschera non l’avrebbero capita i miei compagni di classe. Ma lei è andata a cercare sui libri qualcosa di originale che nessuno avrebbe avuto, appunto ! Ha comprato la stoffa e mi ha cucito la maschera, cappello compreso che non mi sono messo e ho lasciato nella cartella, perché sembra un cappello di un cuoco più che un cappello di carnevale. Mi guardo i pantaloni di raso bianco con delle strisce verdi che si ripetono sulla pancia, anche il mantello “dublefas” bianco e verde, che puoi mettere da una parte o dall’altra, è abbastanza ridicolo. Venendo a scuola ho provato a correre per vedere se volava, ma è troppo corto e pesante per poterlo fare. Mentre quello di Zorro vola anche se sta fermo, nero, lunghissimo e leggero.

Guardo Arlecchino che continua a scrutarmi. “Di dove sei ?” gli faccio
“De Falcunara alta !” ammicco con la testa.
“Era buono il maritozzo? “Arlecchino sorride soddisfatto e mi fa cenno di si.
“Ne voi uno ? Ce ne stanne ancora !”
“Nooo, preferisco le castagnole !“
“Booone !” fa Zorro “C’ henne pure quelle co' lo zucchero a velo sopra ! Noi le chiamemo le frittele“

Ma allora come a Venezia !

E frittoe !


Anche in questo caso voglio sentire le voci fuori dal coro: E Frittoe xze tipiche del Veneto ma ogni casa ha la sua ricetta, quindi prego accomodatevi.
Queste sono fatte battendo 3 uova con 150 gr. di zucchero semolato e un pizzico di sale. Ho aggiunto 50ml di Rhum, 50ml di grappa, 50ml di latte, 50ml di olio evo, il succo di un arancia a cui prima avevo grattugiato la buccia per incorporarla nell'impasto. Ho aggiunto i semi di mezzo baccello di vaniglia, 450gr di farina "00", 100gr di uvetta ammollata e 50gr di pinoli. Alla fine ho incorporato mezza bustina di lievito chimico per dolci.
Fritte in olio di semi e mangiate passandole prima in zucchero semolato e poi in quello a velo.


Tempo fa ne assaggiai una versione in una trattoria tipica della Marca Trevigiana che per poco non mi ha steso in terra. Una morbidezza allucinante e un'occhiatura da sogno, in pratica erano solo crosta, fritta zuccherata e dolce, così soffici da sciogliersi in bocca.

Quella volta mi permisi, malauguratamente, di chiedere la ricetta al "paron" dell'osteria con il risultato che per poco non vengo cacciato a pedate. Sono sicuro che erano una versione con lievito di birra, ma penso con lievitazione lunga fino ad ottenere il "velo" ... ti ho sgamato anche se fai (giustamente) il prezioso !

Ah la storia è vera, son sicuro che vado a cercare, a casa di madre da qualche parte ci sta ancora il vestito di Brighella, ma il cappello no, quello l'ho fatto sparire il giorno stesso.



23 dicembre 2010

Ooops: il pranzo di Natale che cucinerò (4)

Cose da fare prima di Natale:

ritirare la giacca dalla lavanderia;
portare la macchina a Davide;
passare a ritirare il pesce per la cena della vigilia;
preparare il polish per il pane del 25;
ritirare la pasta madre da Gloria (sarà la ventesima volta);
preparare le valige;
fare tutte le raccomandazione del caso a Leo che resta a casa da solo;
caricare i regali in auto;
ricordare a Leo che per prendere un treno occorrono i biglietti;
chiamare Davide e dirgli di venire a prendersi la macchina;
tirar fuori l’arrosto dal congelatore;
montare il cassone;
passare alla Tnt;
dire a Babbo Natale che usare i corrieri espressi sotto Natale è da pirla;
scaricare i regali dall’auto;
cuocere l'arrosto;
ricordarsi le valige prima di partire;
mettere i regali sotto l'albero sopra al biglietto con scritto "metti i regali qui ! Grazie!"
cuocere l'arrosto (che non è così scontato)
cuocere il pane (ancora di meno)
pubblicare il post del dolce del pranzo di Natale;
...
...

Il tiramisù alla Nora




Per 4 persone

Passate al setaccio 200 gr di ricotta vaccina buona. Montate a velo l’albume di tre uova, montate i tuorli delle 3 uova con 120 gr di zucchero, Una volta che i rossi saranno montati aggiungete 50 cl di panna fresca, cuocete a bagnomaria fino a raggiungere una temperatura di 70°, lasciate raffreddare.

In quattro coppe da spumante dolce, disponete un savoiardo ciascuna, …. Non intero ma fatto a pezzi ! Bagnatelo con una bagna composta da caffè amaro e rum di qualità. Spolverate i biscotti con del cioccolato grattugiato al 50%. Incorporate i tuorli raffreddati alla ricotta, con una frusta amalgamate bene in modo che non appaiano grumi, incorporate gli albumi montati con un movimento rotatorio dal basso verso l’alto per incorporare aria.

Versate il composto nelle coppe, cospargete metà della superficie con polvere di cacao amaro, e sopra di essa versate, poco prima di servire, una salsa di mirtilli tiepida che avrete preparato cuocendo una confezione di mirtilli freschi per 5 minuti in uno sciroppo di acqua (1 bicchiere) e zucchero (due cucchiai).

Prendere le chiavi di casa di Treviso.
Dire a Nora che la sua idea di usare la ricotta per il tiramisù è perfetta !


10 novembre 2010

Incastramenti

Non è facile, a volte proprio non lo è. A volte ci si sente incastrati, dal tempo che vola e le cose da fare. Incastrato come un libro in uno scaffale di una libreria, quando l’ultimo libro infilato lo si è infilato di traverso e facendo leva verso gli altri. Che se non fosse legno pesante lo scaffale si sarebbe già aperto.

Il risultato è che non si combina niente si prova a farne tante, a correre di qua e di là ma alla fine hai quella sensazione che tutto è ancora da fare.
Guardo il calendario, cerco un fine settimana che ha attaccato un giorno di festa, ma l’ultimo mi è passato sopra mentre lavoravo dalla'altra parte del mondo. Anche Natale quest’anno ha scelto di arrivare di sabato, a gennaio ho altri programmi e a Pasqua pure, magari per le ferie di agosto trovo un paio di giorni.

Fuori piove, l’erba del giardino andrebbe tagliata, le foglie cadute andrebbero raccolte, magari falcio anche quelle e le raccolgo con l’erba. Il tavolo e le sedie della terrazza andrebbero portate in garage, l’ombrellone smontato e anche lui in garage. Piove. Però magari tra poco smette. La libreria è da mettere in ordine, e qui dentro non piove, anche in garage sarebbe il caso di ricavare dei sentieri liberi per attraversarlo anche li non piove, però fuori si. Il prossimo fine settimana. Si ma il prossimo fine settimana c’è l’architetto e la domenica a pranzo da amici, il prossimo ancora a prendere l’olio e poi gli amici che vengono.
“Allora ?!”
“Allora piove, Matti e non posso falciare l’erba, il tavolo e le sedie ...”
“Allora, fammi un dolce !”
“…”
“Quello rotondo tutto arrotolato con dentro la cioccolata e la crema ! Tanto se piove !!”

Rotolo antipioggia


Batto 3 uova con 60 gr di zucchero semolato e un pizzico di sale. Lascio che la macchina viaggi al massimo dei giri per un 15 minuti, alla fine l’impasto deve scrivere, poi metto a 1,5 di velocità (Kenwood) e incorporo 50 gr di farina setacciata e 15 gr di fecola di patate. Continuo con una spatola di silicone e poi verso in una teglia rettangolare imburrata (45x25). Se non avete un’impastatrice, montate gli albumi fermi con il pizzico di sale e metà dello zucchero, e il resto a parte per incorporare il tutto alla fine. Infornate a 200° per circa 10/12 minuti e comunque fintanto che il colore comincia a virare verso il “bruno”. Per la crema pasticcera e per quella al cioccolato buttate un’ occhio qui.
Rifilate i bordi del pan di spagna, disponete su un foglio di carta forno che vi aiuterà a spostare il dolce. Bagnate con una bagna di alchermes e rosolio, abbondante. Spalmate le creme, lasciandone un poco da parte, arrotolate con attenzione, disponete sul piatto di portata. Spalmate la crema lasciata da parte e attaccate i bordi del pan di spagna che avete prima rifilato, e che avrete passato per 3/4 minuti al grill. Spolverate con zucchero a velo e godetene mentre fuori piove.



Ah giovedì sera verso le 19:30 sono su Radio Radicchio, Omen nomen, a parlare del senso della vita. Non so se sono più fuori io, o loro che chiamano me per parlare del senso della vita....

01 ottobre 2010

Quando inizia un ritorno?

Quando inizia un ritorno ?
Quando si comincia a tornare ?
Quando è che un viaggio “gira”, e hai la sensazione di andare verso il luogo da cui sei partito ?

Tiro fuori lo yoyo che mi ha regalato Spaccaball. Stringo bene la cordina attorno al suo asse. Faccio il cappio all’estremità libera e ci infilo il dito medio della mia mano destra. Fin quasi a scomparire in fondo all’ultima falange. L’inventario del viaggio. Le cose che si ammassano nella mia valigia, stanche di armadi sempre uguali e tutti i giorni diversi.
Lo stringo nel palmo della mia mano ne apprezzo il peso, il perfetto bilanciamento nonostante la forma conica, il morbido della gomma arancione. Quel fremito freddo che sento: l’attimo prima di partire, l’attimo prima di volare via lungo quel filo. Poi è tutto un susseguirsi cacofonico di gesti automatici. Le code, il traffico, la folla, una babele di lingue, puzze e profumi. Migliaia di volti sconosciuti che affollano questo presente, come tele di una galleria di un passato senza fine. Il colpo secco e impercettibile del polso, la mano che si apre per lasciarlo fuggire, la mia mano il suo abbraccio. Il “fffrrrrrrr…” sottile nel silenzio di questa stanza, dentro al mondo, lontano dal mio.

Di fuori, nel buio della notte, è quasi giorno pieno, di gente che non ha tempo per il sonno, di un traffico che scorre veloce quasi caotico. Il frullo leggero è rotto dal “tgiiing …” acuto di un messaggio che arriva. Sorrido. Ha passato l’ultimo mese ha mostrare il suo nuovo telefono: una reliquia dismessa dal nonno, di cui ha decantato improbabili capacità tecnologiche. Un mese passato ad elemosinare, invano, un scheda, per sdoganare, e dare finalmente uno scopo a quello strumento.
Ha ingoiato una sfilza di “no” talmente lunga da minare la resistenza del più stoico elemosinatore. Poi mentre io non c’ero, qualcuno preso da stanchezza, o impietosito da quell’espressione triste che si sarà attaccato addosso, gli deve aver comprato una scheda. Prima è arrivato un messaggio: “ciao papà, sono Matteo” ha scritto la “c” minuscola e la “M” del nome maiuscola. Poi sono arrivate tre telefonate, o meglio tre tentativi, che hanno lasciato passare la sua vocetta squillante solo per per dire “Ciao pap….” Per tre volte è caduta la linea. Ho tentato di richiamare ma il telefono era spento. Una reliquia appunto, che si resetta ad ogni chiamata.

Fuori, oltre la strada, sullo specchio scuro del mare, ora, passan le luci di una nave. Le guardo scomparire verso la città dalla parte opposta, fintanto che non le confondo in mezzo ad altre navi, alle luci dei palazzi, alle voci della gente, come i visi di quella galleria. Lo yoyo scende con il suo “fffrrrrrrr…” triste. Con l’altra mano scorro il menù del telefono: messaggi, Matti, apri.
E’ quasi in fondo, lo sento: la corda tesa, il polso piegato in avanti e verso il basso, pronto. Guardo il messaggio di mio figlio, ha un senso di arrampicato, di veloce. Come il cono di ferro e gomma che sta per arrivare giù in basso. “Ecco perché non fonziona tu sei troppo lontano”
Il polso scatta veloce, secco, lo yoyo gira su stesso a vuoto per qualche attimo interminabile, sospeso, come quel “troppo lontano”. Poi quando penso che potrebbe fermarsi lì, spegnersi, sento che morde, si riarrotola sul filo e ricomincia a tornare. Il viaggio gira si riorna, verso la mia mano, verso quell’abbraccio che mi aspetta.

Insieme: la pesca al vino di visciole con gelato allo zabaione e crumble di mandorle


Una pesca a persona bella tosta e consistente a cui toglierete la buccia bruciandola velocemente con un cannello o sui fornelli del gas, e passandola poi con uno strofinaccio pulito. Sciroppate le pesche in uno sciroppo composta da 300 gr di acqua,100 gr di zucchero e 300 gr di vino di visciole di Cantiano. Lasciate sobbolire per una ventina di minuti poi toglietele dal fuoco e raffreddatele. Lasciate addensare lo sciroppo continuando il bollore finché non vi sembrerà abbastanza denso.
Per il gelato: battete 4 tuorli con 200 gr di zucchero, portate 60°C 1/2 litro di latte e incorporatelo alle uova continuate a cuocere fino a 70°C a bagnomaria. Raffreddate aggiungete 250 ml di panna e 80 ml di marsala almeno "vergine". Mettete nella macchina per il gelato e lasciate andare.
Per il crumble: incorporate 100gr di zucchero semolato con 100 gr di farina, 50 gr di burro a pomata e 75 gr di mandorle tagliuzzate nel verso della lunghezza, lavorate con le dita fino a formare delle briciole irregolari. Infornate il tutto a forno ventilato + grill 170° per una quindicina di minuti.
Per la preparazione: in un bicchiere di vetro mettete la pesca fatta a fettine bagnata con il suo sciroppo, due quenelle di gelato allo zabaione, sbriciolateci sopra il crumble e guarnite con qualche visciola di Cantiano e ancora un po' di sciroppo


Sto tornando.

25 aprile 2010

Aspettando la prima vera giornata di sole

Ci vorrebbe quell'aria tra il fresco e il freddo.
Quell'aria di fine ottobre da inverno impellente. Ci vorrebbe il cielo plumbeo e pesante di nuvole grigie.
Ci vorrebbe quella pioggia che cade silenziosa, senza scrosci e senza troppa confusione. Pioggia continua, incessante che rende la terra gonfia e spumosa.
Ci vorrebbe il buio nelle case anche se è giorno pieno, quel senso di oppressione anche se non si è oppressi.
Quell'aria che porta tristezza dentro e un po' di allegria fuori se ci si mette d'impegno.

Ci fosse tutto questo potrei fare uno:

Strudel di pere e cioccolato



Preparate la pasta con 320 gr di farina 00, 30 ml di olio extravergine di oliva e 150 ml di acqua fredda. Lasciate riposare la pasta in frigo per un'ora circa poi la stendete sottilissima al matterello. Una volta ottenuta la sfoglia disponetela su di un canovaccio pulito.

Per la farcia usate due pere William di media grandezza 100 gr di cioccolata fondente al 65% grattugiata grossolanamente e un poco di granella di nocciole o mandorle a piacimento, un paio di cucchiai di zucchero semolato. Fate sciogliere 30 gr di burro, e poi spennellate la sfoglia completamente. Ponete la farcia su di un lato e arrotolate lo strudel, fino a formare più strati l'uno sull'altro. Infornate su di una leccarda imburrata a 180° per 15 minuti poi abbassate a 160° e continuate per altri 25 minuti. Durante la cottura tornate a spennellare con il burro almeno un paio di volte.

Affettate a spicchi sottili altre due pere, in un pentolino scaldate 150 gr di zucchero semolato con un cucchiaio di acqua, una volta che lo zucchero inizia a caramellare e prende il colore tipico, incorporate un bicchiere di passito che avrete tenuto in ebollizione. Quando il caramello è pronto incorporate le pere e lasciate cuocere per qualche minuto.

Servite tutto tiepido e aspettate che arrivi la Primavera

02 febbraio 2010

Pezzi di un ritorno

Torno. Torno a pezzi, come se uno schiacciasassi fosse passato sulle strisce mentre attraversavo. Non scarico valige, non svuoto borse, mi abbandono sul divano solo un attimo, una tappa verso il letto. Scambio il mio con quello di Matti, che più con la gioia di dormire nel lettone, che con la comprensione per il mio malessere, mi spiega, tutto eccitato, che il suo letto è molto meglio se non stai bene.

Mi lascio invadere dai brividi convulsi di una febbre alta che arriva, nascondo la testa sotto le coperte il buio della stanza, il freddo delle lenzuola. Sento aprire un armadio, un' armeggiare difficoltoso e inesperto. Avverto una coperta che viene poggiata sopra al piumone, insufficienti entrambi, e poi un abbraccio piccolo piccolo, una testa vicina alla mia e una vocetta che mi chiede se sento più caldo. Tra poco, puffo, ancora no, ma tra poco si. Restiamo così, non so per quanto tempo, per una volta lui addormenta me.

E non ho cucinato, non riesco a farlo. Giusto queste poche righe per raccontarvi chi ho attorno e questo piatto fatto per loro, prima di partire, un'esperimento più per la gola che per una ricetta vera una sorta di crostata al cioccolato ma a rovescio, meglio un:

Crumble di pere e cioccolato


Ho sciolto a bagnomaria 150gr di cioccolato 70%, insieme a 75 gr. di burro. Ho tolto dal fuoco e ancora caldo ho incorporato 3 uova e 2 tuorli, ho poi aggiunto 150gr di zucchero e 50 gr di farina 00, lasciando raffreddare. Ho sbucciato e fatto a tocchetti un paio di pere che ho saltato in padella con poco zucchero e un cucchiaio di Kirsch. Ho disposto il tutto in ciotole da forno: prima le pere e poi il cioccolato, ho poi cosparso il tutto co un crumble che ho preparato mescolando 100gr di zucchero semolato con 100 gr di farina ho aggiunto 50 gr di burro a pomata e ho lavorato con le dita fino a formare delle briciole irregolari. Infornato il tutto a forno ventilato + grill 170° per una quindicina di minuti


20 dicembre 2009

Fino alla fine: le ricette del pranzo di Natale che non cucinerò


Piano così, stringi piano, chiudi la carta forno e poi fallo rotolare. Matti rotolare avanti e indietro dove mi stai andando?
Leo aiutami a piegare qui ... forte dai! No piano che me lo spezzi! Forte, piano ma che stai a fa ? Io devo continuare a rotolare avanti e indietro? No Matti vieni qui che adesso mi devi fare un'altra cosa. Ecco vedi devi rifarmi questa cosa qui, che poi la mettiamo lì. Papà volevo dirti ... Leo scusa ho da fare, anzi, tu aiutami a fare queste qui, un po' verdi, un po' rosse e un po' marroni. Si papà ma ti vorrei dire una cosa... Non ora, preparami quelle.

Papà va bene questa che ho fatto ? ... Matti sembra tutto tranne una civetta ! In effetti sembra un... un... Leo non dirlo ! No Matti no, adesso ti aiuto io. Papà però ti volevo dire quella cosa. Leo, scusa, ma non vedi come siamo messi ? Dai dopo me la dici.
Ora Matti guarda qua: facciamo una pallina grande rotonda e poi rotolandola tra le mani l'allunghiamo. Poi ne facciamo una piccolina, la schiacciamo un po', tra sotto e sopra e poi gli facciamo due puntine qui che diventano le orecchie. Vedi poi dobbiamo schiacciare con il mignolo qui in modo che diventano gli occhi, anzi il posto dove faremo gli occhi. Papà io più guardo questa cosa e più .... Leo dai maperfavore finisci quelle foglie, ne hai fatte solo tre!
Ecco vedi adesso le montiamo e cominciamo a decorarle, occhi, piume, ali e così via...


Mmmmh si non sono malvage, ma sai una cosa a me sembra sempre di più ... Leo tieni assaggia e dimmi com'è!... Buono, anzi buonissimo e come si fa ?
Facile: fai sciogliere 200 gr di cioccolata fondente 70% a bagnomaria con mezzo bicchiere di latte. Un volta sciolta, quando è ancora calda, circa 66°, incorpori un uovo intero molto velocemente e 100 gr di zucchero semolato. Poi aggiungi la buccia grattugiata di una mezza arancia e un paio di cucchiai di rum. Ora devi incorporare 200 gr di biscotti secchi sminuzzati e 100 gr di mandorle triturate. Giri e rigiri fintanto che non senti che rassoda raffreddando. E niente burro notare. E questa è la base del nostro:

Tronchetto di Natale, quasi un condominio di civette



Quindi un salame dolce, tutto qui ! Si Leo tutto qui a parte la forma, di albero, i rami, le foglie colorate. Che ho fatto io ! Ma che ho preparato io, se no il marzapane rimaneva quello che era. Poi le civette quella grande quella piccola... Quella l'ho fatta io ! Si Matti bravo l'hai fatta tu. Si quando l'hai fatta tu sembrava. Leo noooo ! Va bé papà tra l'altro ti volevo dire ...
Guarda è carino dai, sembra proprio un pezzo di bosco... Oppure papà se ti metti da qui, ecco qui, guardalo bene, tutto insieme. Eh ?! Non ti sembra un Gattomorto ?!


25 ottobre 2009

Un filo mi lega

C’è un filo leggero che mi lega, mi tiene legato; agli affetti, alla terra, la mia, quella che vivo. Alle cose che amo, e porto lontane, più strette vicine.
Una bava di ragno che si sfila sottile, quando io parto. Un legame leggero, aereo, quasi diafano, evanescente, come il respiro di un figlio che dorme, spiato nel buio. Lo sento tirarmi, a volte, come un guinzaglio che strappa alla fuga. Lo ritrovo negli occhi di un bimbo sorpreso dal mondo, nell’ arrancare gobbo di un vecchio. Nel sorriso timido di una ragazza che guarda il mio libro: sfogliato al contrario del suo, in questo treno che attraversa la notte.

Lo perdo a volte distratto dai suoni, dalla cacofonia urlante, della gente "vomitata" per le strade che viaggio. A volte distratto dai profumi non miei, dai sapori lontani che annullano quasi, senza tagliarla quella bava di ragno.

E' allora che torno a cercarla nelle voci allegre che mi parlano dal video, in una foto cercata tra tante che porto, che faccio. Ricordi affollati, in profumi che non trovo, che sanno di casa diversa. E a poco serve provare a chiedere:

Il Barcarolo consolidato



Che il barcarolo fosse un prodotto da export non era immaginabile, quando lo facemmo nascere tra Umbria e Marche. Questa sorta di caffè corretto a metà strada tra il caffè bevuto dai bambini e la Moretta di Fano sta guadagnando mercati e "marchet scear" che neanche la gieffecappa riesce a stargli dietro. Me lo faccio fare nel profondo Coneglianese nella modaiola Milano, nella ridente Firenze. Sono arrivato a farmelo fare nelle capitali Europee, a Sidney qualche mese fa, qui ad Hong Kong ma non l'altra sera. La preparazione originale prevede: un caffè d'orzo in tazza grande, tazza in cui prima va strizzata e poi lasciata una buccetta di limone, alla fine si corregge il tutto con Varnelli o Sambuca se si ci si trova in territori estranei.
Ma qualche giorno fa, certamente prima che partissi per venirmene qui, ho consolidato la preparazione:



Ho incorporato a 250 cl di panna 250 cl di caffè d'orzo molto ristretto . Potete farlo anche con l'orzo bimbo solubile viene benissimo l'importante e che si bello carico. Ho aggiunto una buccia di limone intera e ho la sciato sobbollire per una ventina di minuti. Ho tolto la buccia di limone, zuccherato a piacere e ho aggiunto 4 fogli di gelatina per dolci:la quantitá dipende da quanto vi piace densa la panna cotta, perchè alla fine di qualcosa di simile stiamo parlando. Ho riempito di un terzo degli stampini di alluminio. Ho inserito un disco di pan di spagna bagnato con il barcarolo in forma di caffè. Ho finito con il resto del composto fino a riempire gli stampini. Ho lasciato raffreddare.

Per completare ho preparato una crema al cioccolato senza farina: ho battuto un tuorlo d'uovo con due cucchiai di zucchero, ho incorporato 200 cle di latte e 50 gr di cioccolato 75% sciolto a bagnomaria. Ho ricotto tutto a bagnomaria finché la crema non ha preso corpo e lucidità. Alla fine ho corretto con del Varnelli abbondante.

E quando l'ho fatta assaggiare a Matti mi son dimenticato che la crema fosse alcolica ... piuttosto.




15 settembre 2009

Coso !

“Coso !”
“…”
“Quello che … ha sposato cosa ! La figlia di Giovanna !”
“…”
“Giovanna !. La moglie di quello che lavora al comune !”
“…”
E’ vero, io sono un tipo abbastanza dissociato dalla vita civica del mio paese. E’ vero anche che non amo troppo la vita “mondana” in genere. Quattromila anime che incontro, a parte la virtualità di questo blog, in piazza o per le vie giusto il sabato mattina quando vado a fare la spesa. Tanto che tempo fa è accaduto che un amico mi ha presentato ad una sua amica, lo ha fatto citando il mio nome e cognome di battesimo. La cosa ha lasciato l'amica fredda, abbastanza indifferente, un po' come a dire "e sti caaaazzi !" Poi il mio amico gli si è avvicinato e gli ha detto: "... é Loste della colica!" Apriti cielo.
E' così. D'altronde alla frequentazione serale del bar, preferisco le partite a “Uno” con Spaccaball. Ma certo che se per spiegarmi chi sia una persona si parte da “coso che ha sposato cosa”, io in questo paese non solo non mi integrerò mai, ma rischio anche di perdermi per le strade.
Qualcuno però arriva in mio soccorso, una memoria imbattibile nell’associazione nome/viso/evento. Roba da far ammosciare i circuiti di un cray. Quando Lella comincia a spiegare chi siano "Coso e Cosa" ho un espressione che la dice lunga su fin dove riuscirò a seguirla. Roba del tipo: ti prego, lasciami qui con una borraccia d’acqua ad aspettare la morte. Oppure: meglio sparami direttamente un colpo di in testa e non farmi agonizzare dietro ai nomi di gente non conosco, con cui non ho mai parlato e con la quale condivido solo il cap postale. Intanto mia madre continua:
“Lui. Coso ! Che ha sposato cosa !...”
“La figlia di Giovanna” intervengo io. A far capire che fino a qui ci sono arrivato, “Quindi: Coso ha sposato Cosa. Cosa è la figlia di Giovanna. Giovanna è la moglie di quello che lavora in comune. Quindi Quello che lavora in comune è il marito di Giovanna, quindi è il padre di Cosa e il suocero di Coso. If, not, or, and”
“… (!)”
“Lascia stare era una booleanata.”
“Comunque te non capisci. Ti volevo dire che Giovanna una volta mi ha fatto assaggiare un dolce come questo qui, che la ricetta gliela aveva data Lui, Coso, che è di Napoli”
La Pastiera!
Apriti cielo. Tutte le sinapsi si ricollegano e tutto ora è limpido e chiaro. I nomi ora sono lì, cristallini e scontati. Solo che a me non dicono nulla come prima, ma pazienza. E' che si, può anche sembrare una pastiera: la base di frolla la ricotta nella farcia con la zeste di arancia. Ma qui, su questa, c'è una marmellata di more e poi c'è quello che mia madre chiama "un sapore antico, di quando ero bambina." Eccola là che lo messa seduta, una volta tanto ti strappo la lacrimuccia di un tempo che c'era e che ora non c'è.
Basta un profumo e ricompaiono le stanze, i corridoi di una casa senza il sonoro del televisore. Una gonnina di lana grezza, una camicetta di cotone e due scarpe quasi ortopediche, nere e pesanti. Un mondo che guardavi dal basso in alto. Tua mamma (mia nonna) che cucina sulla stufa a legna. Nessun altro in casa. E tu che la guardi, in una giovinezza che io non ho mai visto, girare intorno a quel lavello di granito, spadellare per la cucina. E dal forno esce quel profumo, un profumo fatto di un misto tra il rosolio e l'anice, un profumo di cannella, che adesso senti qui, nella mia:

QuasiNonPastiera



Ho preparato una frolla (ricetta qui) che ho lasciato in frigo una mezza giornata. Ne ho usato 3/4 stendendola con un mattarello e disponendola in una teglia imburrata con bordi alti. Ho steso un velo di marmellata di more, infantile piacere. Ho poi preparato una farcia ammalgamando 250gr di ricotta vaccina e 50 gr di zucchero, ho aggiunto 2 tuorli, la buccia di un arancia fatta a zeste, o se volete la grattugiate, e un po' di cioccolato a pezzetti. Ho poi aggiunto quel profumo che una bambina sentiva una vita fa: 15 ml di preparato Varnelli "delizia classico". Le tipiche "gocce" per le pizze pasquali marchigiane. Ho steso la farcia sopra la marmellata guarnito con la restante parte di frolla fatta a striscioline e infornato per 50 minuti a 160° ventilato.




08 giugno 2009

Messaggi in bottiglia

E' che non mi ricordo. Non ricordo quelle tende, la tavola imbandita, non ricordo la torta. Non ricordo gli altri bambini, e non ricordo perché fossimo vestiti tutti da "Pierrot".

Quando rimetti a posto un pezzo di casa: una stanza, una soffitta; è un lavoro che vien voglia di scappare, piuttosto che farlo. Però magari hai la fortuna di riportare a galla qualche vecchio ricordo, qualche momento che ti eri dimenticato. Un po' come una bottiglia che galleggia nel mare, con il suo messaggio infilato dentro. Un libro, una lettera, una foto.
Ho rovistato una giornata intera nell'interrato della mia casa. Una mezza vita di storia, ammucchiata dall'ultimo trasloco. Cose che riordini spostando semplicemente da un lato all'altro della stanza. Perché non butti, che non si sa mai, che poi un giorno magari i figli... Otto sacchi neri, grandi, che con la differenziata occorreranno quattro settimane per trasferirli in discarica. Ma ne valeva la pena: ora c'è spazio. Lo spazio che occorre per ricominciare a mettere in disordine.

Così in mezzo al mare in tempesta di libri, quaderni, pezzi di vecchi giocattoli, cianfrusaglie senza più identità, galleggiava questa bottiglia, il suo messaggio: una foto. Che un'onda più violenta delle altre ha spiaggiato ai suoi piedi. Leo l'ha raccolta come potrebbe raccogliere una conchiglia portata dal mare, o come un sasso su un sentiero di montagna rotolato fin lì per le ultime piogge. L'ha raccolta indifferente, distratto, ha osservato i sette bambini intorno al tavolo. La bambina al centro in piedi sulla sedia che con il braccio alzato che fa il segno del "due" con le dita. Ha fatto scorrere gli occhi su quei sette Pierrot in bianco e nero, seduti intorno ad una torta di compleanno. Una bella torta di panna e candeline, con una scritta al centro che ha dovuto piegare la testa e girare la foto per leggere "Auguri" fatta con la cioccolata. Ha osservato i mobili la casa e nell'ultimo bambino a destra, quello senza cappellino con il costume troppo grande, ha riconosciuto una fisionomia familiare. Fosse stata a colori e meno provata dal tempo, quella foto, avrebbe potuto pensare a suo fratello. Ma i segni e gli indizi gli han fatto capire che quel bimbo con la faccia seria a sfiorare un'espressione di tristezza, è suo padre. Allora ha alzato la testa, ha allungato la mano mettendomi la foto sotto il naso, e ha fatto la domanda.
Ci ho pensato su un attimo, ho riconosciuto mia cugina, il suo "bellissimo" compleanno. Mi son ricordato che la bimba alla sua destra, anche lei in piedi su una sedia, con un abito da Pierrot nero come il mio si chiamava Dolores. Il viso sembra quello delle modelle dei dagherrotipi del secolo scorso. "Povera Dolores" il commento sentito tante volte che torna spontaneo alla mente. Cose che i grandi non dicono ai bambini, cose che poi quando i bambini diventano grandi i vecchi non vogliono più nominare. Ma non mi andava di rispondere con le poche e inutili cose che sapevo e così ho detto:

E' che non mi ricordo. Non ricordo quelle tende, la tavola imbandita, non ricordo la torta. Non ricordo gli altri bambini, e non ricordo perché fossimo vestiti tutti da "Pierrot".

Son restato lì con quella foto in mano, a guardare la mia faccia di bambino triste osservarmi da quel tavolo. Non mi ricordo i compleanni, né miei né altrui. Non ho mai cercato la felicità in questi eventi, e col tempo, un po' come il Cappellaio Matto, ho cominciato a festeggiare i miei "non compleanni". Le occasioni felici, o meno tristi che ogni tanto la vita riserva. Resta questa foto ingiallita, una sensazione di disagio ad osservare me stesso bambino che con gli occhi imploro: portami via di qui, che non ci sto bene, che son tutte bambine, che il vestito di Pierrot mi stringe sul collo, che voglio tornare a giocare alla guerra, che tanto la torta non mi piace. Perché a me magari, anche per un compleanno, piace di più una:

Crostata con frolla di nocciole, crema al limone e macedonia di fragole



Per la frolla:
2 tuorli e un uovo intero, 200 gr di farina 00, 100 gr di farina di nocciole Piemonte IGP; 80 gr di burro a pomata; 150 gr di zucchero; la buccia di un limone grattugiata; un pizzico di sale; due cucchiaini rasi di lievito per dolci.
Impastate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto morbido e appiccicoso. Copritelo con la pellicola per gli alimenti e mettetelo in frigo per una sei ore. Stendete 2/3 dell'impasto con un mattarello nel fondo di una teglia imburrata. Lavorate la restante parte dell'impasto per formare il bordo della "crostata". Bucherellate con la forchetta, coprite con carta forno e mette un peso per evitare che il fondo si sollevi durante la cottura. Infornate a 180° per 15 minuti, poi togliete il peso e la carta forno e cuocete, sempre in bianco per, altri 10 minuti fino ad inizio della doratura.

Per la crema:
Una crema pasticcera normalissima: 4 tuorli, 4 cucchiai di zucchero, 2 cucchiai di fecola di patate, la buccia intera di un mezzo limone e mezzo litro di latte. Montate le uova con lo zucchero, incorporate la fecola di patate, aggiungete il latte e la buccia di limone, e poi cuocete a bagnomaria finché la crema non addensa. Per questa preparazione deve risultare molto densa. Togliete dal fuoco, eliminate la buccia (succhiandola ben bene) e incorporate il succo di un mezzo limone o di più se piace.

Per la macedonia:
Un paio di ore prima della composizione lavate e mondate (!) un cestino di fregole. conditele con un due cucchiai di zucchero e il succo di mezzo limone. Lasciate in frigo per un' ora, girando la macedonia di tanto in tanto. Recuperate il succo che si è formato nella macedonia, aggiungete una quantità di acqua pari al succo e mettete sul fuoco fino a far raggiungere il bollore. Spegnete e incorporate due fogli di gelatina che avrete ammollato in acqua ghiacciata.

Componete la torta riempiendola di crema, disponete le fragole sopra la crema guarnite con foglioline di menta e coprite con la gelatina che avrete lasciato raffreddare fino ad una consistenza oleosa.



Magari venivano degli amici, o magari di sicuro sarà stato il compleanno di qualcuno.



22 febbraio 2009

Lenirò il suo dolore


Quaranta minuti alla partenza. Il doganiere tedesco è grosso, sovrappeso, i bottoni tirano pericolosamente la stoffa della camicia blu. Sul calcio della pistola appoggia il grasso del fianco. Mi avvicino, allungo la mia carta d'identità. La tengo nel portafoglio piegata in quattro, i bordi strappati e mangiucchiati, aperta per metà da uno strappo. La dispiego con attenzione sotto lo sguardo, ora granitico e non più sorridente, del doganiere. La apro sotto i suoi occhi, schifati, dallo stato di abbandono del mio documento. Abbozzo un sorriso tranquillizzante da "bravo ragazzo", da manager impegnato, da non terrorista. Lo guardo in viso nel tentativo rabbonirlo. Viso paonazzo e distorto da una smorfia incazzata.
Che ha la mia foto? Non sarò bello ! Sarò anche basso, come qualcuno continua ad insistere, ma non so.... cazzo non c'è la foto!!
La foto sulla carta d'identità non c'è più guardo il doganiere con aria interrogativa. Dov'è la foto ? Lui ora è in preda ad una crisi di nervi. Si alza dalla sedia e meno male che il vetro antiproiettile, è antiproiettile. Indica qualcosa sul pavimento con il dito puntato nel vetro. Abbasso lo sguardo seguendo la linea immaginaria che la punta del dito crea tra il vetro e il pavimento.
La foto ! Era caduta ! La raccolgo, l'appoggio nel quadrato del documento, faccio combaciare i bordi al quadratino stampato e faccio per porgere il tutto al doganiere, che ora non è più solo e sono in tre. Tre doganieri tedeschi incazzati e un volo che parte. Ventitré minuti alla partenza.
Lenisci il suo dolore.

Novanta cinque minuti alla partenza. C'è una scala mobile enorme, lunghissima, che porta alle partenze del terminal 2 di "FRA". Una famigliola con due bimbe è davanti a me. Prendono tutti la scala mobile ma la bimba grande: quattro anni e neanche forse, ha un attimo di incertezza, salgono tutti ma lei no. Vede le certezze della sua vita andarsene, chiama disperata, grida, ma la confusione non la fa sentire. Il padre e la madre salgono, verso un cielo immenso fatto di tubi e di vetri, distratti dallo stress di un volo da prendere. Grossi lacrimoni rigano le guance di questa piccolissima bimba tedesca dai lineamenti asiatici. Come ti senti a quattro anni in fondo ad una scala mobile a doppio piano, che sta portando via la tua vita ? Un pedofilo. Ha preso la bimba. L'ha toccata. Come ti senti a quaranta cinque anni a prendere in braccio una bimba sconosciuta in fondo ad una scala mobile a doppio piano?
Pazienza. Divento nano, mi inginocchio davanti a lei, la guardo in due occhioni neri e liquidi. Le parlo nella lingua dei bambini, la calmo dal singhiozzare che le scuote il petto. La mamma grida disperata, ora, dell'ammanco. Ho movimenti calmi e rassicuranti, sia verso i nani che verso i giganti. Butto lo zaino sulla spalla sinistra e la bimba sulla destra. Novanta due minuti alla partenza. Partiamo anche noi, il nano gigante e la bimba. Saliamo su questo mostro a doppio piano, che porta verso quel cielo fatto di tubi e di vetro, e che ha ingoiato la mamma e il papà.
Lenisci il suo dolore.


Quattordici minuti alla partenza. E' vestita di nero. Grandi occhiali da sole neri. Davanti a me al controllo bagagli. Un grande cappotto a cappa la copre totalmente, mora, bella, diafana. E' riluttante ai gesti dell'operatrice che la invita a togliersi cappotto, giacca, occhiali e cinta. Lo fa. La sua magrezza è spettrale. Tiene il pantalone con una mano mentre con l'altra si ravvia i capelli. E' ancora bella, nel suo incedere elegante. La fila di luci rosse che si accende sulla porta non porta, la frena proprio mentre pensava di essere passata. Le scarpe, finiscono in una cassetta di plastica grigia, ed ora è poco più alta di me, bella e malata di una magrezza assurda e imbarazzante. Nove minuti alla partenza.
Lenisci il suo dolore.

Sessanta due minuti alla partenza. Il bagno odora di pesca. No, meglio, puzza di te alla pesca. Le quattro porte sono tutte chiuse e gli orinatoio occupati, tranne quello per i bambini. Un armadio di colore con un cappello di lana in testa, un tedesco alto e biondo in un abito che di elegante non ha nulla, un indiano con il turbante al mio fianco, e io che piscio nell' orinatoio dei nani. L'indiano è imbarazzato, è evidente, non riesce a farla, stretto tra l'etnie europee. Per peggiorare la situazione mi metto a fissarlo. Se ne accorge e quando si volta appena lo saluto con un gentile gudivening. Lo lascio lì, disperato dalla "minzione impossibile". La faccia contro quel muro, mentre intorno a lui il mondo continua a darsi il cambio per pisciare. Sessanta minuti alla partenza.
Lenisci il suo dolore.


Tre minuti alla partenza. Cammino tranquillo verso il gate A21, lo zaino sulla spalla sinistra, un auricolare infilato. Vedo l'operatrice al banco che prende il microfono e sento l'annuncio: mi stanno cercando. La musica è interrotta dal segnale di chiamata, rispondo. Dall'altra parte c'è un nano che mi racconta la sua giornata. Chiede quando torno, chiede chi ci viene a trovare domenica, chiede se facciamo a lotta domani sera. Ascolto il nano che continua a spiegarmi cose che non collego tra loro, amici suoi e miei che si intrecciano nel suo pensiero. Due minuti alla partenza. Le hostess al banco si guardano intorno in cerca dell'ultimo passeggero del volo. Di là la voce ora è meno eccitata, chiede se poi devo ripartire, e allora chiede se ho trovato quell'ufficio vicino casa. E' deluso dalla risposta, ogni volta è così. Ora devo andare, devo proprio andare. Ho un movimento inaspettato per le due hostess al gate, appoggio la carta sul lettore del codice a barre, il cancello si apre e mi infilo, veloce, nel finger. Le due hostess guardano me e poi guardano il monitor. Si era lui. Un minuto alla partenza. Senti però quando torni me lo fai un dolce di quelli che fai tu e che mi fanno stare tanto bene?
Lenirò il suo dolore.
Partito.



Per accontentare un paio di nani e un paio di giganti, 50 cl di succo di amarene, tre cucchiai di Roteli, con cui bagnerete dei savoiardi spezzati, e che inonderete di una crema al limone. Per la crema al limone occorrono tre tuorli, che monterete con tre cucchiai di zucchero, aggiungendo poi un cucchiaio raso di fecola di patate. Incorporate 300 cl di latte e mettete sul fuoco a bagnomaria finché non si cuoce diventando lucida. Aggiungete il succo di mezzo limone filtrato.
Alla fine dovete avere buoni amici, anche uno soltanto, ma di quelli che contano e che stanno dalle parti di Torino. A loro chiedete un barattolo di "crema spalmabile cacao" di Guido Gobino. Questa sciolta in latte bollente, e portato alla giusta densità è il tocco finale per passare dal dolore al piacere.



Piaciuta nano ?


12 novembre 2008

Me lo avessi chiesto

Me lo avessi chiesto, che so, tipo una quarantina di anni fa , ti avrei detto non lo sapevo. Sapevo solo che verso la fine di giugno, quando le scuole ci lasciavano in vacanza, sbocciavano su tutti i davanzali del paese. Chi ne aveva uno solo grandissimo, chi molti piccoli. Fermavo le mie corse di bambino, per osservarne l'evoluzione. Bianchi di cristalli di zucchero se erano appena stati messi al sole. Sciropposi di liquido rosso quando era ora di portarli in cantina.
Se me lo chiedi ora ti dico, che non mi ricordo di un orto marchigiano, che non abbia una pianta di visciole. Dicono i vecchi che alla visciola non devi fargli nulla, non la devi potare, non devi trattarla, alla più brutta se la lasci maturare troppo ti si inverminisce. Le raccoglievamo rosse e croccanti, con la cura con cui tratteresti un neonato. Guai a schiacciarla, guai a romperla, guai a farne uscire il succo. Spesso l'irruenza del bambino veniva allontanata con un deciso "Lascia perde, che le rovini". Per poi rifare "le paci" con una manciata di visciole e un'arruffata di capelli.
Venivano lavate e lasciate asciugare: una distesa rubini sul bianco dei canovacci di cotone. Una cura che costringeva, a volte, la famiglia ad un pranzo frugale. Ché le visciole, temporanee inquiline del tavolo della cucina, non sono ancora asciutte. Poi il rito di riempire i barattoli di vetro, grandi, oggi introvabili. Strati di visciole e strati di zucchero. Che il sole, di luglio e di agosto, cuocevano per quaranta giorni, in cui una pioggia, o un temporale estivo, poteva rovinare tutto.
Guardavo quei barattoli passare di giorno in giorno, dal bianco zuccherino al rosso dello sciroppo. Bramavo il momento del giorno in cui venivano capovolti: una, due volte. E godevo nel vedere quel succo bagnare anche i frutti che più in alto restavano asciutti per gran parte del giorno.

Il tempo delle visciole, scandiva quello delle mie vacanze. Correvo per il paese con questa presenza continua esposta sui davanzali. Ma quando i barattoli cominciavano a sparire, destinati alle cantine, capivo che l'estate stava finendo, e con lei il tempo del gioco. Di lì a poco la scuola ci avrebbe radunati tutti in un'unica vociante piazza. Avrei rivisto quei barattoli, nelle brevi sortite in cantina, alla ricerca di qualcosa che serviva a mia madre. Non avrei capito, nel buio delle luci asfittiche, cosa stesse accadendo lì dentro. Avrei atteso la festa dei santi, per averne, centellinate come una medicina, poche sfere in una coppetta di vetro. Le avrei messe in bocca, eliminando l'osso, con pochi movimenti precisi. Ne avrei succhiato la consistenza sciropposa, e sarei rimasto deluso per quel velo di succo che il cucchiaino non sarebbe mai stato capace di raccogliere.
Me lo avessi chiesto, che so, tipo una quarantina di anni fa , ti avrei detto che questo era il solo modo di consumarle. Se me lo chiedi oggi ti dico che puoi anche farci una:

Crostata di confettura di visciole e salsa inglese allo sciroppo di visciole.




Per la frolla della crostata, sempre qui. L'ho stesa in una teglia, bucherellata e cosparsa di una confettura di visciole comperata a Cantiano, dove questo frutto è stato riscoperto. Ho coperto poi con un crema di ricotta: ho battutto due rossi d'uovo con due cucchiai di zucchero e ho incorporato 250gr di ricotta. Ho infornato a 180° per 40 minuti.
Per la salsa: 2 tuorli battuti con 50 gr di zucchero a cui vanno incorporati 125 gr di latte portato a bollore. Ho continuato a cuocere la salsa a bagnomaria finché non è diventa liscia e lucida. Ho poi aggiunto un quantità indefinita di sciroppo di visciole.



Se proprio non trovate le visciole, cosa abbastanza probabile a meno che non capitate qui a Cantiano. Potete sempre utilizzare le amarene, anche quelle più famose, e pazienza.


02 ottobre 2008

Senza parole

E’ inconfondibile quel passo che scende le scale, è come un tamburellare leggero, che risuona nell’aria fresca del mattino. Lo sento scendere e seguo la sua corsa con quel suono, che i suoi piedi scalzi fanno sul legno. La sua immagine sfuocata e confusa appare dietro il vetro satinato della porta della cucina. Resta un attimo indeciso, se tentare con questa porta o dirigersi verso lo studio, ma poi vedo il movimento delle braccia e le punta delle dita appaiano tra lo stipite e l’anta, forzando e facendo scorrere finalmente la porta che scompare nel muro. I pantaloni del pigiama sono troppo lunghi e avvolgono i piedi quasi a sostituire le ciabatte che non metterà mai, una decina di gatti stilizzati dai grandi occhi mi osservano dalla giubba del suo pigiama, poi appaiono i suoi occhi, grandi come quelli dei gatti. Me ne sto in piedi in mezzo alla cucina e aspetto. Mi corre incontro, ma non mi abbraccia. Infila, come sempre, il suo viso nell’incavo che il mio gomito sinistro fa lungo il mio corpo, ci si tuffa come se fosse un cuscino di piume. Poi prende la mia mano sinistra e se la porta ad avvolgere le sue spalle. Poi a tentoni con il viso ancora “nascosto” nel mio fianco, cerca la mano destra e se la porta sulla testa, in una lunga carezza che serve a ricaricarsi. Non parla non dice nulla, io accarezzo e lui si accoccola meglio, si gode del tempo mancato. E anche io cerco di ricaricarmi di tutta la settimana senza di lui. Rimaniamo in silenzio, ma con i pensieri ci parliamo. Ci diciamo che ci siamo mancati e che vorremmo stare più insieme, ci diciamo che è bello ritrovarsi in questa cucina, fredda e buia nel grigio di un giorno che non arriva, ci diciamo tutto il bene che ci vogliamo e che tra poco, quando lui grande, per strana vergogna non ci diremo più.

Poi quel sabato gli ho fatto una:





Per la frolla mi sono basato sulla ricetta di casa a oramai sperimentata che trovate qui, per la farcitura invece mi aveva attirato una ricetta del mago degli impasti e non sono assolutamente rimasto deluso. Ho disposto la frolla in una teglia con il bordo a sgancio, l’ho bucherellata e poi ho fatto una prima cottura a 180° per 15 minuti. A quel punto ho steso un velo di marmellata di mandarini amara, cosparso con qualche amaretto sbriciolato, e aggiunto due pere piccole fatte a tocchetti e saltate prima in padella per 4 minuti con un cucchiaio di zucchero e una spruzzata di cannella. Ho coperto poi il tutto con una crema al cioccolato ottenuta sciogliendo a bagnomaria 150gr di cioccolato 70%, insieme a 75 gr. di burro. Ho tolto dal fuoco e ancora caldo ho incorporato 3 uova e 2 tuorli, ho poi aggiunto 150gr di zucchero e 50 gr di farina 00, lasciando raffreddare. Ho riinfornato il tutto per altri 30 minuti e goduto con tutti.


19 marzo 2008

... e quelle nostre

La farmacista legge la ricetta che il signore davanti a me gli ha passato, come ferebbe un poliziotto del controllo passaporti in piena crisi terroristica. Solleva gli occhi dal foglietto e chiede se quella ricetta serve a lui, no è per la moglie che non sta bene, ma sua moglie queste medicine le prende abitualmente? Chiede la farmacista. Ma no, fa quasi disperato, l'uomo quando sta bene non le prende, non ne ha bisogno. La farmacista sparisce nel retro, l'uomo mi guarda quasi disperato, ammicco in segno di complicità e di comprensione. La farmacista torna: ma è sicuro che deve prendere queste medicine? Le spalle dell'uomo si afflosciano, i muscoli svuotati dalla forza che li tenevano rigidi. Lo sento rispondere che quelle medicine sono state prescritte dal suo medico e che tra tanti dubbi l'unica certezza, è che lui non sa proprio cosa ci sia scritto su quel foglietto. La farmcista torna nel retro, i rumori che ci arrivano sono quelli di una telefonata, l'uomo non si volta neanche più a gurdarmi, è appoggiato al banco la testa su una mano, con l'altra fa girare ad uno ad uno gli stick di burro cacao sulla rastrelliera vicina a lui. La farmacista parla con il medico, il tono e le parole sono quelle di chi è costretto a scusarsi per tanto zelo. Torna, ha le scatole in mano, legge il nome sulle scatole, legge la ricetta, rilegge il nome sulle scatole a voce alta e sillabando come fa Matteo. Stacca i talllonci, li incolla alla ricetta e ora legge la scadenza di ogni farmaco, li appoggia sul banco e prende un foglio di carta, per incartarli, ma ci ripensa e ancora avoce alta rilegge le scadenze. Chiede il codice fiscale, l'uomo risollevato da una prossima conclusione, detta: RBTP... Alla fine per riconquistare il cliente la farmacista con una rista forzosa, butta lì una battuta: sembra di dare i numeri ! La guardiamo tutti con un'espressione di pena latente... e anche le lettere si affretta a dire.

Fa sempre così ! A parlare è una vecchina che è apparsa al mio fianco in mano un sacchetto della spesa, la schiena diritta le mani uncinate dall’artrite sciolgono un fazzolettone legato in testa, che scopre una massa di capelli grigio-azzurro-viola. Non mi guardi così, io avevo chiesto solo un po’ di colore grigio e il viola non lo volevo proprio. Balbetto un mi scusi, ma la vecchina non ascolta neanche e mi fa: senti maschiotto…
"Maschiotto" nel marchigianese dell’entroterra vuol dire giovane adolescente a cui è cominciata a spuntare la barba.
… il mio sguardo all’aggetivo “maschiotto” non la sorprende e fa: non penserai che per me sei più di un maschiotto! Comunque ti volevo dire che io adesso ti passo avanti che c’ho fretta e devo prendere solo le gocce.
Mentre l’uomo abbandona il campo, la vecchina che tanto vecchina neanche mi pare più, si avvicina al banco e chiede: mi serve una fiala di gocce per le pizze di pasqua.
Le pizze dolci di pasqua con le gocce! Sono anni che non faccio questa ricetta: pietra miliare della tradizione pasquale, dell’entroterra marchigiano: uova, zucchero, uvetta, canditi e le gocce: un estratto di rosolio concentrato e qualche altro liquore. La farmacista si è già “incartata” sulla richiesta della signora, le gocce di che? Ma come, perché una medicina? E la ricetta? La vecchina scuote la testa prova a spiegare, interviene una collega della farmacista: le gocce non ci sono ancora arrivate. E che aspettate ferragosto? La vecchina abbandona sconsolata il banco, mentre si riannoda il fazzoletto in testa, mi guarda e mi fa: tutti j’anni è così, me tocca ardije tutto. Ma la cojona so io che non me ricordo de compralle prima, ste canchero de gocce. Poi quando m’arcordo, de sabato, c’è aperta solo sta farmacia. Io. So’ la cojona. Che ancora ce discorro, e che me devo sbrigà a falle le:

Pizze dolci di Pasqua



Ingredienti per due o tre pizze:
700gr di farina circa vi dovete regolare per quanta ne prende; 200gr di zucchero;150gr di olio; 200gr di pasta di pane; 5 uova; 120gr di latte; 75 gr di uva passa; 30gr di lievito di birra;una buccia d'arancia grattugiata; 75 gr di arancia e cedro, due albumi e 50gr di zucchero a velo, confettini colorati e gocce di cioccolato.

In una scodella, meglio l'impastatrice, mescolatre le uova con lo zucchero, l'olio,la pasta di pane, il lievito sciolto nel latte tiepido, l'uva passa, i canditi e la buccia di arancia grattugiata. Aggiungete la farina fino ad ottenere un impasto abbastanza morbido,liscio ed omogeneo. Lasciate lievitare in un luogo tiepido per un'ora. Rilavorate l'impasto per rompere la lievitazione e mettetelo in una tortiera (imburrata e infarinata o coperta da carta da forno). Lasciate lievitare in un luogo tiepido fino al doppio del suo volume. Cuocete in forno a 180°per circa 30-40 minuti. Decorate con una glassa fatta con gli albumi montati a neve e zucchero a velo, cospargendo con confettini colorati e gocce di cioccolato.

Questo è il dolce della colazione della mattina di Pasqua, altra tradizione di quelle dure di una volta, fatta con: uova sode, salame e mazzafegato, coratella o fritto d'agnello, pizza di formaggio, pizza dolce e caffè. Conosco anche di alcuni intraprendenti che accompagnano direttamente la pizza dolce ai salumi. La forza della fame !