Tornare alla terra
E’ poco più di un sussurro, un bisbiglio leggero come il respiro del sonno, la diafana voce della coscienza che cerca rifugio. Non ci sono segnali premonitori, cieli che si colorano di aurore variopinte, o voli di uccelli che migrano dalla parte sbagliata. Niente di tutto questo. Quando mi prende, mi prende. Diventa subito un bisogno, un desiderio, che se non soddisfatto mi porta un senso di oppressione, di ansia immotivata che mi prende alla gola. Un' ansia che resta tale fintanto che non appago quel bisogno: tornare alla terra.
Ma non si tratta di una fuga, non devo fuggire da niente. Non scappo in posti stile agriturismo in mezzo alle colline, tra cavalli e caprette, ma son collegato e allora mandami il fail che poi magari facciamo una colconferz via gipierresseuemmetiesse e che il diavolo ci porti tutti in gloria.
Si tratta invece di un bisogno di certezza, non saprei tradurlo meglio. Ho il bisogno di esser certo che alcune cose ci siano ancora. Che nonostante la velocità della vita di tutti, quelle cose che ogni tanto han fatto parte della mia, siano ancora lì.
E allora diventa naturale alzarsi la mattina prestissimo, ed andare a cercare quelle certezze. Controllare che la nebbia si alzi ancora dai boschi, quando i primi raggi di sole scaldano, la sottile linea sinuosa delle colline Marchigiane. Con la certezza di rivederle, oramai, soltanto nelle fredde mattine di ottobre: sudore della terra che chiama.

Riscoprire, sempre che ce ne sia bisogno, che dentro al bosco i rumori sono amplificati dall’effetto “insonorizzante” del tappeto di aghi di pino. Che il canto di una tortora o il gracchio di una ghiandaia fa lo stesso effetto del grido di Tippi Hedren, chiusa nella cabina del telefono. Che il caldo ci sarà si, ma non la dentro e non a quest’ora. E starsene felice con la felpa pesante, sporca sì, ma comoda.

Ritrovare quella pace che solo sdraiato per terra in un bosco puoi avere. E fare quel gioco un po’ strano che dice: non mi alzo fintanto che qui sopra non passa un uccello. Pensare che forse se resti lì per tutta la vita, tutto il mondo intorno cambierebbe, tranne quello spicchio di cielo sopra di te.

Accertarsi in maniera scientifica che la propria ombra sia sempre lì dove l'avevi lasciata più di venti anni fa. Segno delebile della propria consapevolezza di aver vagato in quei boschi.

E una volta rifatto il pieno di una buona dose di certezze, ritornarsene a casa, passando per i luoghi dell'infanzia, perché quando cambiano quelli è ormai troppo tardi per tutto.

Ecco in queste giornate è la "terra" che comanda, che guida, che batte il tempo della mia musica. In queste giornate non mi sognerei di cucinare qualcosa di semplice, ne risulterebbe troppo complesso. In giornate come queste la cucina è una cucina di terra, basata su fondamentali, senza tante elucubrazioni mentali.
Basta scaldare uno spicchio di aglio, aggiunto ad un'olio evo buono in una casseruola bella grande. Tuffarci una melanzana lunga e sottile, lavata e tagliata, per la lunghezza, in quattro pezzi, che lascio soffriggere per qualche minuto. Infine aggiungo una bella cipolla fresca tagliata sottile e quattro peperoni in parte sbucciati, con un pelapatate, e fatti a pezzi grandi. Salo e chiudo con un coperchio, abbasso la fiamma al minimo e dopo un'ora e mezza spengo e lascio raffreddare:
La mia peperonata
Ma non si tratta di una fuga, non devo fuggire da niente. Non scappo in posti stile agriturismo in mezzo alle colline, tra cavalli e caprette, ma son collegato e allora mandami il fail che poi magari facciamo una colconferz via gipierresseuemmetiesse e che il diavolo ci porti tutti in gloria.
Si tratta invece di un bisogno di certezza, non saprei tradurlo meglio. Ho il bisogno di esser certo che alcune cose ci siano ancora. Che nonostante la velocità della vita di tutti, quelle cose che ogni tanto han fatto parte della mia, siano ancora lì.
E allora diventa naturale alzarsi la mattina prestissimo, ed andare a cercare quelle certezze. Controllare che la nebbia si alzi ancora dai boschi, quando i primi raggi di sole scaldano, la sottile linea sinuosa delle colline Marchigiane. Con la certezza di rivederle, oramai, soltanto nelle fredde mattine di ottobre: sudore della terra che chiama.

Riscoprire, sempre che ce ne sia bisogno, che dentro al bosco i rumori sono amplificati dall’effetto “insonorizzante” del tappeto di aghi di pino. Che il canto di una tortora o il gracchio di una ghiandaia fa lo stesso effetto del grido di Tippi Hedren, chiusa nella cabina del telefono. Che il caldo ci sarà si, ma non la dentro e non a quest’ora. E starsene felice con la felpa pesante, sporca sì, ma comoda.

Ritrovare quella pace che solo sdraiato per terra in un bosco puoi avere. E fare quel gioco un po’ strano che dice: non mi alzo fintanto che qui sopra non passa un uccello. Pensare che forse se resti lì per tutta la vita, tutto il mondo intorno cambierebbe, tranne quello spicchio di cielo sopra di te.

Accertarsi in maniera scientifica che la propria ombra sia sempre lì dove l'avevi lasciata più di venti anni fa. Segno delebile della propria consapevolezza di aver vagato in quei boschi.

E una volta rifatto il pieno di una buona dose di certezze, ritornarsene a casa, passando per i luoghi dell'infanzia, perché quando cambiano quelli è ormai troppo tardi per tutto.

Ecco in queste giornate è la "terra" che comanda, che guida, che batte il tempo della mia musica. In queste giornate non mi sognerei di cucinare qualcosa di semplice, ne risulterebbe troppo complesso. In giornate come queste la cucina è una cucina di terra, basata su fondamentali, senza tante elucubrazioni mentali.
Basta scaldare uno spicchio di aglio, aggiunto ad un'olio evo buono in una casseruola bella grande. Tuffarci una melanzana lunga e sottile, lavata e tagliata, per la lunghezza, in quattro pezzi, che lascio soffriggere per qualche minuto. Infine aggiungo una bella cipolla fresca tagliata sottile e quattro peperoni in parte sbucciati, con un pelapatate, e fatti a pezzi grandi. Salo e chiudo con un coperchio, abbasso la fiamma al minimo e dopo un'ora e mezza spengo e lascio raffreddare:
La mia peperonata
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