30 ottobre 2007

Spigoli di muro, peluche e altre amenità

C'è una foto vecchia e sgualcita. I segni del tempo hanno lasciato righe ramificate come le crepe di un ghiaccio. I contorni sono rifilati da sforbiciate, che regolarmente, hanno eliminato pezzi che il tempo aveva strappato. Nella foto un bambino è seduto al suo banco di scuola. Quei banchi ad un solo posto, quei banchi di una volta. Stranamente quel poco che si vede del resto dell'aula è deserto, di sedie lasciate in disordine. Come se la lezione fosse finita da tempo e il bimbo è rimasto lì, da solo, a posare per la foto. Calza un paio di scarponcini alti e pesanti e un paio di calzettoni che ripiegati gli arrivano fin sotto al ginocchio. I pantaloni corti scoprono le cosce grassoccie e rotondelle. Il grembiule somiglia ad una gonna, il colletto, bianco. Il bimbo impugna una matita appoggiandola ad un quaderno, poco convinto di scrivere. Ha capelli lunghi, fermati sulla testa da quelle fermezze che lo fanno, insieme a quel grembiule, somigliare tanto ad una bimba. Forse c'è anche un fiocco sui capelli, segno di un non appagato desiderio di figlia. Alla sua sinistra è appoggiato un peluche che raffigura un galletto, o forse un orsetto o magari un cagnolino. Ha gli occhi piccoli, la fronte spaziosa, il viso rotondello e un mento volitivo. La bocca è serrata in un espressione indefinibile. E' indifferente alla foto, forse la considera una scocciatura, e vuole andarsene a casa a mangiare. Oppure è l'espressione contrita di un pianto trattenuto, per orgoglio o per rabbia. Quei pianti che riempiono il petto, strozzano la gola e gonfiano gli occhi. Qualcuno lo ha costretto in quella posa, gli ha detto di restar fermo, gli ha detto di guardare verso la macchina fotografica, gli ha detto di sorridere, gli ha detto di far finta di scrivere.

Qualcuno però, si è dimenticato di dirci che il mondo non è quello dei banchi di scuola, e dei peluche colorati. Qualcuno si è dimenticato di dirci che il mondo è un'altra cosa. Nessuno ci ha detto, che lealtà, onestà, trasparenza, umiltà, non sono più tanto di moda. Il fatto è che lo abbiamo scoperto da soli, prendendo il muro di spigolo, diritto in faccia. Lo abbiamo fatto a nostre spese, sputando i denti caduti e ingoiando l'amaro che rimaneva in bocca. Tornati a casa abbiam sorriso alle stesse mamme che ci facevan le foto quando eravamo bambini. Una mano sulla spalla, e un sorriso distratto a tranquillizzarle che fuori è tutto come ci avevano raccontato loro. E che sì, va tutto bene e non c'è di che preoccuparsi. E non importa se siamo grandi, padri, madri; è che per loro siamo sempre figli con il grembiule di scuola e i pantaloni corti come in quella foto con il peluche sul banco.
Alla fine di tutto, rimaniamo soli a tirarci su a vicenda, a trovare ragioni e soluzioni, per galleggiare e per tornare ,piano, piano, a navigare.

E se uno mi chiede cosa può farsi da cena, per tirarsi su dopo una giornata passata a schivar spigoli di muri, la risposta che mi viene in mente è solo una: una carbonara, meglio una:


Carbonara Ma'Kaira di farro e orzo



Ho provato questo nuovo spaghetto dell'abruzzese Ma'Kaira, giusto per movimentare uno standard che sicuramente in rete impazzerà. La Ma'Kaira fa un ottima pasta, e questa non mente alla fama, ma, ha un piccolo difetto, come tutte quelle di farro: è delicata. Se state lì con il forchettone a girare e rigirare la spezzate tutta, quindi toccatela all'inizio e poi non fatelo più, fino a che non la scolate. Per il condimento, per quattro persone, io uso 2 uova intere e 2 tuorli ,"occio" che le uova delle galline di mia suocera sono molto più piccole di quelle in commercio, e allora magari ne bastano due più uno. Uova che batto a lungo con un pizzico di sale, aggiungo poi, pepe, se ne avete uno buono ( Sechuan, Sarawak, Muntok) è meglio. Aggiungo poi un'abbondante grattata di noce moscata, parmigiano grattugiato e un poco di latte a ridare liquidità. Sciolgo della pancetta con pochissimo olio, e la lascio rosolare a fuoco basso. Scolo la pasta e la salto, a fuoco vivo, nella pancetta, in modo che si impregni ben ben di grasso. Spengo il fornello e verso le uova, continuando a saltare. Alla fine devono rapprendersi ma non troppo, per i miei gusti. Quando impiatto aggiungo anche un trito di prezzemolo. Scandalizzati? Non è più la carbonara? Pazienza, sapeste come tira su.

28 ottobre 2007

il Vino dei blogger #12

Ecco.
Uno pensa di tenere un basso profilo, ultimo arrivato in un gruppo che parla di vino, e poi. Poi tocca a lui, ma tocca a lui, nientepopodimeno che, nel numero dell'anniversario.
E già. E' passato un anno da quando Marco di "Imbottigliatoallorigine" ha lanciato "il vino dei blogger", l'appuntamento mensile italiano sull' onda del WBW d'oltreoceano. E cosa si fa in occasione di un anniversario? Cosa si beve in queste occasioni? Troppo facile pensare a festeggiamenti a base di champagne. Scontato e già dato lo spumante. E poi non mi pare si sia gente "caciarona" e allora?

Riflettere su questo anno passato, meglio Meditare, e per farlo bene, bere. Quindi il tema del dodicesimo "Vino dei blogger" è:

VINI PASSITI DA MEDITAZIONE



Le regole
Volutamente sono ammessi solo vini passiti o muffati; niente speciali e quindi liquorosi (lasciamo qualche tema anche per il futuro );
Qualsiasi uvaggio;
Nessun vincolo a provenienza geografica e a prezzi;
Qualsiasi denominazione;
Descrivere il vino e darne tutte le informazioni possibili;
Possono partecipare tutti coloro che ritengono di avere un vino da raccontare;
Non è finita diteci come lo bevete: a seguire un dolce? Quale?. Con cioccolata vicina? Che tipo? Con un sigaro? La marca.

E poi raccontate a cosa pensate quando bevete, di cosa parlate con chi vi fa compagnia. Perché quello che è fondamentale, e che spesso rende un vino indimenticabile è: l'occasione.

Si pubblica tutti nella giornata del 22 novembre. A seguire la pubblicazione, si manda una mail al sottoscritto lacolica@hotmail.it con oggetto "il Vino dei blogger #12". Mi impegno a riepilogare il tutto il fine settimana successivo quello della pubblicazione, e a passare il testimone a... Fatevi sotto.

Ho preparato un banner che linka questo post, chi vuole può "pubblicizzare" l'evento sul proprio sito o blog, copiando il codice qui sotto:


<div align="center"><span ><strong>PARTECIPA A L'ANNIVERSARIO</strong></span>

</div><a href="http://unacolicadacqua.blogspot.com/2007/10/il-vino-dei-blogger-12.html"><img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5126082235698922002" border="0" style="DISPLAY: block; MARGIN: 0px auto 10px; CURSOR: hand; TEXT-ALIGN: center" alt="" src="https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiJfYSKcn1AnHWFfO7VpN8UcqZdMCdhprRfsHklGgweajpraMNIDbt4Pe00_JkjQlM9SywpzLXGIhjT5kCJh6zlM08_9u-omDb2DRne070G2A_vMw25zwzNSMN7wU_mLyMMTt0y/s200/passiti_manifesto_small_3.jpg"/></a>

25 ottobre 2007

Ricordarsene

Ogni terra ha le sue tradizioni. Elementi caratterizzanti che diventano i tratti fisiognomici di un viso che non esiste. Ogni terra racconta attraverso le sue tradizioni, il suo essere, il suo pensare, il suo modo di porsi verso il resto del mondo, verso il futuro che l'aspetta. E' facile dire che oggi le tradizioni stanno scomparendo, la causa? La cultura globale, le mode, la pubblicità, il consumismo la televisione ? E che ne so io !! So solo che la gente e quindi la cultura, tende ad esser uniforme, piatta e senza caratterizzazione, siamo nell'era dell'imitazione. La massima aspirazione di un adolescente è assomigliare a qualcuno: nel vestire nel parlare e nel pensare. L'altra massima aspirazione è il possedere. Quando Fromm scrisse il suo pensiero su questo tema, credo che il mondo lo considerò una teoria astratta. Mai teoria fu più indovinata.

L'altro lato della medaglia, è che oggi abbiamo più facilmente accesso a maggiori fonti di informazioni e a molti più dati, e quindi a molte più culture. Ma tra venti anni ci saranno ancora così tante culture? Tra venti anni avremo ancora le tradizioni? Tra venti anni esisteranno ancora queste cose lungo le strade? Qualcuno costruendo una casa "incastonerà" ancora una figurina nei muri a protettivo ringraziamento? Uno sciovinistico slancio di religiosità? Chi mi conosce sa che non è così, è che la nostra storia è molto legata all'iconografia religiosa. Per dare un giusto equilibrio chiedo anche se tra venti anni qualcuno erigerà ancora questi simboli pagani. Che da una veloce ricerca sono strettamente limitati all'entroterra marchigiano, o qualcuno di voi ne conosce il significato anche fuori dalle Marche.

Ma tra venti anni qualcuno si ricorderà dei piatti della tradizione, quelli legati strettamente alla terra e alla stagione? Tra venti anni si parlerà ancora di miaccetto, di frascarelli, di brustenga di passatelli? Quest'ultimi forse si. Ma già oggi in molti mi dicono, eh si una volta si faceva anche da noi, ma oggi non la fa più nessuno. E allora per evitare che la gente se ne dimentichi vi racconto la tradizione di:

Fare le olive


Il periodo è questo quando l'oliva diventa nera ma, non è ancora, del tutto matura per farne olio. Allora si comprano le olive dai fruttaroli, una volta si andava dal contadino. Ci si procura qualche barattolo, a seconda della quantità, di vetro a chiusura ermetica. Si lavano le olive e le si asciugano bene. Si mangia una certa quantità di arance, perché la buccia, eliminato il bianco, serve ad insaporire la salamoia.


Si va a fare una passeggiata in campagna e si osserva con molta attenzione i bordi delle strade, per riconoscere gli arbusti di finocchio selvatico che in questo periodo, raggiungono anche il metro e mezzo di altezza, prima di seccare e rinascere a nuova stagione. Ci si procura il finocchio che dopo lavato va tagliato a pezzetti e mischiato ad olive e buccia di arancia. (Aggiornamento un anno dopo : non ci si dimentica di qualche abbondante spicchio di aglio, che va lasciato in camicia). Si mette il tutto nel barattolo, alternando strati di olive con pizzichi di sale grosso. E qui si fa ad occhio, perché a volte bisogna improvvisare. Magari per evitare risposte come quella che questa mattina la mia fruttarola ha dato ad una signora che insisteva nel conoscere le dosi di sale: "Cocca mia. Se non sai quanto sale mettece, ché le comprate a fà quelle du cassette de olive!".


Mettete i barattoli fuori all'aperto sulle terrazze di casa o sui davanzali, lontani dal sole, perché deve essere il freddo a "cuocere" le olive. Ogni mattina girate più volte il barattolo. Venti giorni, o un paio di settimane se dovesse capitare qualche gelata, e saranno pronte. Allora una sera, magari insieme a qualche amico, rimediate un salame buono, un pecorino più buono, del pane fatto in casa o un pane tipo toscano, aprite una birra e con qualche cucchiaiata di quelle olive cenate così. Raccontandovi, magari, di quando eravate bambini e facevate cose che oggi non fate più.

22 ottobre 2007

Abbinarsi con la gente

Andrea Gori per l'undicesimo appuntamento del vino dei blogger la mette sul tecnico. Chiede l'abbinamento perfetto. Io ridimensiono un po' il significato della frase, e tolgo un po' di quella assolutezza che sembra avere. Diciamo che vado alla ricerca di un buon abbinamento. Andrea complica, si fa per dire e per scherzare, ancora le cose e chiede la scheda AIS abbinamento vino-cibo. La scheda per chi ha superato il "terzo livello" ed è oramai sommelier, è uno strumento di uso "quotidiano", o diciamo di quando si degusta il vino. Il problema come nel mio caso, è che io quando abbino, la scheda me la "compilo" in testa, mentalmente. E quindi la complicazione è legata al ritrovare la documentazione dei corsi di sommelier frequentati per ritrovare la fatidica scheda.
Quando si abbina un cibo al vino, lo si deve fare tenendo conto di due aspetti: la concordanza tra i due elementi, vino dolce con cibo dolce, un piatto strutturato con un vino strutturato; e della contrapposizione, grassezza del cibo con sapidità o effervescenza del vino, la succulenza del cibo con la tannicità o l'alcolicità del vino. Bisogna poi tener conto di tutta una serie di fattori che diventano abbastanza soggettivi, come ad esempio e consigliabile abbinare ad un piatto regionale un vino della stessa regione. Ecco me la gioco qui e metto in contrapposizione questo concetto. E prima di abbinare il cibo con il vino abbino le genti e me stesso, in un conscio slancio di trovarmi bene dove andrò a stare
Rompo gli indugi miei e gli equilibri malfermi, magari, del mio amico Piemontese, che tanto avrà sicuramente da ridire sulla base di questo piatto ;). E preparo uno:

Sformatino di ciasculo e pecorino gratinato


Per quattro persone, prendo un pezzo di ciauscolo circa 250 grammi, ne ricavo quattro fette spesse che metto nel fondo di quattro stampini che ho precedentemente imburrato. Il resto del ciasculo lo riduco a tocchetti e lo passo in una padella antiaderente finché il liquido che rilascia non si sia in parte riassorbito. In una bastardella ammalgamo al ciauscolo 300 di patate grattugiate con un mandolina, 100 grammi di parmigiano grattugiato e 50 grammi di burro morbido. Ammalgamo il tutto lo metto negli stampini, dove avevo messo il ciauscolo. Cuocio al forno a bagnomaria per circa 40 minuti a 180° gradi. Prima di servire taglio quattro fette sottili di pecorino che dispongo in un piatto, metto qualche seme di finocchio e qualche fogliolina di timo, al centro del piatto lo sformatino e guarnisco con qualche pezzetto di pizza di formaggio. Passo al grill del forno finché prende colore e il pecorino comincia a sciogliere.

Ho in mano un piatto che parla marchigiano stretto, con una bella grassezza data dal salame, una tendenza dolce dalla patata e dal formaggio, una discreta speziatura e una buona aromaticità che sa di pecorino. E come detto prima al diavolo le regole, le rifaccio, abbinando il piatto della mia regione con un vino di una regione che prossimamente dovrà adottarmi. Abbino lo sformatino ad un Prosecco di Valdobbiadene superiore di Cartizze, massima espressione della Marca Trevigiana, senza nulla togliere alle altre doc. Una bella effervescenza una accennata ma giusta acidità, una piacevole intensità olfattiva che ricorda la mela e la pera, e una discreta persistenza con un retrogusto di mandorla. Il tortino riempie la bocca, morbido, saporito a quel non so che, che sa di qua. Il Cartizze è fresco, piacevole, profuma odora, pulisce e sa di là.

Così mi immagino tra qualche giorno a sgomitare lassù, l'importante è farsi abbinare dalle genti e dai luoghi

La scheda come da compito. Sono andato bene maestro ? ;)
Per il Cartizze non ho voluto indicare un'azienda in particolare, fermo restando che l'abbinamento è buono, secondo me, anche con un semplice Prosecco di Valdobbiadene, qui trovate il sito del consorzio tutela del Prosecco.

Questo post partecipa al Vino dei blogger #11