
Il silenzio di questa casa a volte è impressionante. Resto ad ascoltarlo, infilato ancora nel caldo abbraccio delle coperte. Mio fratello mi dorme a fianco, ne percepisco il regolare respiro, sommesso e lontano. Trattengo il mio; immobile cerco di carpire, in mezzo a tutto questo silenzio, i flebili segni di vita che oltre la porta, sicuramente, si muovono. Mia nonna si è già alzata: da dietro il paravento che divide il suo letto dal resto della stanza, non arriva quel fioco russare che segna il suo sonno. Dalla parte opposta, la luce del mattino grigia e pesante fa distinguere il letto di mia zia: liscio e deserto.
Ascolto.
Una musica lontanissima sembra arrivare dal fondo dei miei pensieri. Per un attimo penso che sia solo un vago ricordo, un dejà vu, un gioco dell’immaginazione che ti fa canticchiare lo stesso motivetto per tutto il resto della giornata. Ma questo non è un motivetto, sembra un crescendo di archi, qualcosa di grande e imponente, poi all’improvviso scompare. Solo immaginazione? Muovo leggermente la testa, cerco di modificare la posizione per cogliere meglio i suoni, impossibili geometrie acustiche. Il fruscio del capelli sul cuscino, rimbomba nelle mie orecchie: enorme, fastidioso.
Immobile.
Le note grevi di un piano lontanissimo riprendono, una musica diversa, riesco a seguirne le note e ne riconosco la melodia. La canticchio con un “mmh… mmh..” silenzioso. Mio zio che in bagno si fa la barba e ascolta musica dalla sua vecchia radiolina. Di quelle radioline con la scala delle frequenze nera a numeri bianchi, una barretta rossa che in equilibrio come un funambolo raccoglie onde invisibili. Movimenti impercettibili, eufemismi dislocativi di oggetti nelle stanze, nella vana speranza di attenuare frusci e pulire i suoni.
Silenzio.
Ritorna il silenzio profondo. Basta muoversi sotto le coperte, accoccolarsi meglio in questa posizione fetale, alla ricerca del caldo concentrato sotto il proprio corpo. Che il silenzio ritorna. Le gambe che fuggono dal fresco dell’estremità del materasso. Le muovo piano verso mio fratello, lo sfioro, rubo il suo calore e mi accorgo di essere ghiacciato. Sfrego i piedi, uno contro l’altro. Lui si gira lamentoso. Fuggo. Ritorno nel mio angolo ora più freddo.
Sento.
Come una vibrazione lontana, leggera, colpi ovattati e regolari. Mi sfilo dalle coperte e scivolo da questo letto altissimo. Mi affaccio sul corridoio, la musica del pianoforte, arriva da dietro la porta alla mia sinistra, scivola lungo il pavimento e riempie la penombra di questo lungo passaggio che porta verso l'uscita. Si insinua nel disegno delle piastrelle e gioca con i miei piedi scalzi. Il colpi ora arrivano chiari, apro la porta che conduce per un piccolo corridoio, ancora, verso la cucina, ed ora il “tan-ta-ta, tan-ta-ta” è cristallino.
Luce.
Le finestre aperte su questa domenica mattina, illuminano di una luce grigio-bianca le stanze di questa parte di casa. Il tepore della stufa accesa mi ridà un fiato di vita, nel freddo del solo pigiama. Resto nell’arco, che la porta della cucina disegna nello spazio. Il limitare di un mondo: dietro, il silenzio ora ovattato del pianoforte, di fronte, la frenesia di una cucina domenicale, e quel rumore “tan-ta-ta, tan-ta-ta” intervallato dal “ta-ta-ta-ta tan”. Lo sculettare regolare di mia madre, una danza che parte dalle braccia, sale alle spalle e lungo la schiena arriva ai suoi fianchi, un movimento elettrizzante una calamita per gli occhi. Rimarrò affascinato per tutta la vita da quella “danza” da quel movimento che hanno le donne quando preparano, al mattarello, le:
Tagliatelle della domenica

Oggi è la
"Giornata internazionale della Cucina Italiana", e il piatto di quest'anno sono le tagliatelle al ragù bolognese. Sarò onesto io, abituato ai paesi del nord Europa ho sempre pensato che "bolognese" e "napoletana", non ci appartenessero. Anche se ci si è premurati di depositare alla camera di commercio la ricetta e .... E allora facciamo sta ricetta proprio come dice la
tradizione, vera o no che sia Ho ammorbidito in poco evo un cuore di sedano, una cipolla e tre carote passate al mixer. Ho aggiunto 200 gr. di pancetta tritata e poi 700 gr. di polpa di manzo anch'essa tritata e ho fatto rosolare il tutto benissimo. Quando tutti i liquidi si sono riassorbiti ho sfumato con 3/4 di bicchiere di vino rosso, di quello buono che poi ci è servito per accompagnare il piatto. Ho salato, pepato e grattato un profumo di noce moscata. Ho fatto evaporare il vino e ho aggiunto 3 cucchiai di triplo concentrato di pomodoro, sciolto in un bicchiere di brodo bollente. Ho lasciato andare a fuoco basso e coperto, per 90 minuti o anche un paio d'ore. Di tanto in tanto ho aggiunto ancora brodo se asciugava troppo. Alla fine ho incorporato un paio di cucchiai di panna fresca o magari anche semplice latte.

Ho lessato delle tagliatelle all'uovo ricetta classica 100 gr di farina per ogni uovo, tirata a mano come in quelle domeniche mattina di tanto tempo fa. Condite con il ragù bolognese e servite a un consesso di miscredenti troppo abituati a ricette svizzero-tedesche

Giusto per non limitarsi allo scontato ho pensato ad una variante gratinata in forno, dove la tagliatella è messa in uno stampino è lasciata raffreddare per una mezzora in frigo. Sformata in un piatto e guarnita con un cucchiaio di besciamelle, è ripassata al grill per un 15 minuti ad indorare e servita bollente con un paio di cucchiai di ragù.

Mi piace pensare che fosse questo il ragù di quelle domeniche lì. Ma non poteva essere questo, quello era un ragù di questa terra, più pomodoro a condire, il macinato misto di carne un pezzo di gallina, una sorta di umido, e le rigagli di pollo, che qui sono l'elemento distintivo di questa terra. Il marchio di fabbrica dell'entroterra Marchigiano.