27 maggio 2007

Noi siamo la.. la...


Mi prendo il caffè, lo sguardo perduto fuori del finestrone della cucina, il grigiore dell’alba sul nostro giardino.
Quell’albero la fuori, che invade per un terzo la nostra proprietà, comincia a dire la sua, oramai le ciliegie sono mature. Effettivamente qualche pomeriggio fa “spaccaball” ha tentato un’arrampicata improbabile sulla recinzione, per arrivare ai frutti più bassi; un mio “urlo” da casa lo ha fatto desistere. Se non sbaglio credo che un articolo del codice civile “mi autorizzi” a raccogliere i frutti. Per la verità anche il legittimo proprietario dell’albero, nonché nostro vicino, mi ha pregato, dopo aver visto i tentativi del piccolo, di raccoglierle, e anzi di entrare anche nella sua proprietà per farlo “… che se no va sprecate!”. A me però piace godere di quel senso di trasgressivo di “non si fa”, che solo chi ha vissuto l’infanzia in campagna può capire, a me piace andarle a “fregare”…

… Eravamo un gruppetto di ragazzini adolescenti nel jukebox del "circolo" (bar) del paese potevamo scegliere: Rimmel, Sabato pomeriggio, Wish you were here; Elvio nella sua 500 aveva messo un mangianastri Stereo8 e in regalo aveva rimediato la 19^ raccolta di Fausto Papetti. Fumavamo raramente qualche sigaretta, più spesso “fustigoni” pezzi dei tralci della vitalba, che ci facevano girar la testa più delle sigarette, il pomeriggio giocavamo al biliardo nella sala superiore del circolo, oppure ci rintanavamo in una stanza messa a disposizione dal parroco, che noi chiamavamo “IlClub”, ci sentivamo grandi. Rimanevamo fuori casa per tutto il giorno, rientrando solo per pranzo e cena, impegni che risolvevamo in meno di mezz’ora. Vagavamo per le strade del paese, oziando felicemente, qualche volta salivamo su vecchie bici arrugginite e dopo una quindicina di chilometri di strada ci tuffavamo nel fiume, nel “gorgo” di Madonna del Piano. La sera ci ritrovavamo sulle scale della chiesa, qualcuno di noi aveva una chitarra, strumento che oltre a suonare doveva attrarre l’attenzione dell’altro sesso, impresa peraltro fallimentare per tutti. Restavamo lì fin verso le dieci, poi la noia prendeva il sopravvento: “Che famo?” la domanda restava sospesa nel silenzio della sera e poi partivamo, spinti dalla vaga proposta lanciata da qualcuno: “Andamo a fregà qualcosa …”. L’oggetto dei furti era sempre vegetariano, non credo che fosse dovuto ad una indole naturista, ma sinceramente campi di salsicce o alberi di braciole non ne trovammo mai. Le fave le rubavamo dal campo di “Santin ‘mbirbo”, le ciliegie giù al “Massa” dalla casa sulla curva, le albicocche e le prugne erano sotto ai lampioni della via principale, per le pannocchie toccava fare molta più strada, ma erano dolci morbide e le si mangiavano senza cuocerle. Si diventava famosi, importanti, se si scopriva un nuovo “sito” per i furti. Fu così che un giorno, in pieno pomeriggio, il più grande di noi ci portò a rubare delle pesche. Ai voglia a protestar che quelle cose si dovevano far di notte, arrivammo in pieno “solleone” e non feci in tempo neanche a riempirmi una tasca dei pantaloni, che il contadino ci beccò subito. Era Inc***to come una biscia, sotto la minaccia di un bastone e di un cane (grosso), ci portò alla caserma dei carabinieri. Io mi disperavo non tanto per il futuro della mia fedina penale, ma per il futuro di botte che avrei rimediato da mio padre. Il maresciallo ci fece una ramanzina cattiva e buonista allo stesso tempo, ci tenne in piedi per una buona mezz’ora a vederlo camminare avanti e indietro per la stanza. Debbo dire che fece il suo dovere ineccepibile e “paternalista” fin quasi alla fine, fin quando non commise l’errore di tutta una vita: “E se poi volevate le pesche potevate chiederle, perché se le avreste chieste Lui (il contadino) ve le avrebbe date”. Uscimmo sollevati dell’esito finale, avevo salvato la fedina penale, non restava che salvare il resto da mio padre, e mentre ce ne tornavamo verso “IlClub”, in preda ad un euforia da rilascio di stress, colui che aveva proposto "l'alzata d'ingegno", dimostrò tutta la sua indole reazionaria. Si voltò e se ne tornò verso il campo di pesche, alle richieste di spiegazioni rispose da lontano, voltandosi e camminando all’indietro “Il maresciallo ha detto che se le chiediamo, Lui ce le dà e io gliele vado a chiedere…”.Ci scapparono le botte, un morso di cane, genitori in caserma; la leggenda metropolitana racconta che una mattina il contadino si ritrovò l’albero segato a terra. Non so se finì così, il ribelle non fece più parte della nostra combriccola e noi continuammo a “fregare” la frutta di notte senza far rumore e neanche troppo danno.

Ecco perché le ciliegie del vicino le raccolgo alle sei della mattina, così se qualcuno mi vede immagina che me le sto fregando, come quando ero bambino…

Crostata di pesche e ciliege "fregate" su crema pasticcera.


Per la frolla seguite la ricetta della crostata classica qui, prima di infornarla copritela con della carta forno e appoggiatevi del peso per evitare che si gonfi, cuocetela in forno caldo a 180° per non più di quindici/venti minuti, deve rimanere abbastanza friabile, di più la renderebbe durissima (ve lo garantisco). Lavate le pesce e le ciliege, fate le prime a spicchi e dividete a metà le seconde snocciolandole. In una pentola antiaderente mettete le pesche aggiungete acqua fino a metà della frutta e un cucchiaio di zucchero, mettete sul fuoco e portate ad ebollizione, togliete dal fuoco e scolate le pesche che lascerete raffreddare. Ripetete l'operazione per le ciliege. Preparate una crema pasticcera con tre tuorli d'uovo, che monterete con la frusta insieme a due cucchiai di zucchero, aggiungete la buccia di un limone grattugiato, e incorporate due cucchiai di farina e 300cl di latte. Cuocete a bagnomaria finché la crema non risulterà densa. Lasciate raffreddare per un paio d'ore, poi versate la crema nella forma di frolla e mette in frigo per un'ora. Nel frattempo preparate una gelatina per guarnire la crostata: ammollate due fogli di gelatina in acqua fredda per 5 minuti, a parte portate ad ebollizione 100cl di acqua in cui avrete spremuto mezzo limone e aggiunto due cucchiai di zucchero. Togliete dal fuoco e incorporate i fogli di gelatina allo sciroppo e girate velocemente con una frusta, lasciate raffreddare. Montate la crostata disponendo la frutta sulla superficie, a vostro piacimento, versate lo sciroppo oramai freddo rimettete in frigo per un'ora.

uuufff .... lunga è?


P.S. sulla frutta chiaramente potete sbizzarrirvi, l'importante che non vi ritroviate davanti ad un GIP, i tempi oggi sono cambiati.

P.P.S. il giorno dopo questa crostata è ancora più buona, sempre che riesca a vedere il sorgere di un'altro giorno :))

7 commenti:

Maurice ha detto...

Loste sei grande.
Bellissimi quei ricordi di furti "innocenti" e bella la crostata. E visto che siamo in vena di complimenti, molto bella anche la nuova testata.
(Un neo: attento a non inciampare in qualche sassolino grammaticale)

loste ha detto...

Caro Red,
grazie per i complimenti e grazie anche per i sassolini ... (detto tra noi sembravano pietre) ... dovrei fare le cose con più calma.
Un saluto Loste

flat eric ha detto...

bei ricordi e bel dolce.
Ciao
Eric

francesco ha detto...

caro il mio, hai risvegliato un ricordo mai perduto, per fortuna solo assopito.
Chissà se riusciremo a trasmettere alla prossima generazione il sapore della trasgressione della spiga rubata dal campo di grano in quei pomeriggi d'agosto di tanti anni fa; la gioia di quella pera rubata e mangiata da lì a 5 passi dall'albero e le scorpacciate di ciliege, dai devastanti effetti gastrici, ma che oramai la vita di città mi ha fatto dimenticare.
Spererei proprio di farcela!

apellonara ha detto...

Bellissimi ricordi di vita paesana, mancano le battaglie di gavettoni estivi, una delle cause che spesso portavo in caserma i meno scaltri.
Ciao e grazie

loste ha detto...

Potrei pensare ad un campo scuola estivo per giovani promesse... Tutti gli alberi da frutto del vicino sono posizionati lungo il confine: pere di S.Giovanni, albicocche, prugne e ciliege... il primo campo di fave è a circa duecento metri da casa, quello di granturco a mezzo chilometro..... Sai le risate :)))

Micky ha detto...

Che bella crostata, curioso l'abbinamento di pesche e ciliegie.
Molto bella anche la foto.
ciao