16 novembre 2009

Io sono Sassoferratese

Sono di questa terra lontana dal mare, in mezzo a questa striscia d’Italia, quasi più vicina all’Umbria che alle Marche stesse.
Montanaro da sempre, con un indole marinara retaggio di una parentesi di vita Anconetana. Contadino per destino, cuciniere per vocazione, cultore della zappa e della vanga, apostolo della tecnologia e adepto della rete.
Sono figlio di questo nulla, dove ci si arriva per caso e raramente a ragione, di questo entroterra lontano dal molto, vicino all’essenziale.

Sono il nocciolo sputato da questa terra che mi puzza ancora sotto le unghie da generazioni: un vago odore di zolfo, e ancora di terra e poi d’inchiostro stantio. Sono il profugo che non si conosce, il personaggio episodico della piazza del paese, lo sconosciuto dal vivo, il conosciuto da finto. Sono l’uomo viaggiato, sono il padre partito, il figlio ritornato; ogni volta, in questa valle incastrata nella spina dorsale dell’Appennino. Una terra che lega, che tiene vicini, da cui non vedi l’ora di andartene. Per poi chiederti perché? Perché altrove, e perché non qui ?

Allora si sta come in trincea, a mordere stretto il cuoio della ragione, a non mollare, a rispondere picche alle cassandre del resto del mondo là fuori. A spiegare la ragione del perché quel leggero filo, quella bava, ti tiene legato, più della parentesi di una vacanza degli altri. A spiegare alla fine che non è solo perché ci sei nato, ma perché ci credi, credi che ci si può stare, ci si può far crescere figli con aspirazioni che siano un filo più grandi di quelle che tuo padre aveva per te, e che tuo nonno aveva per lui. Solo piccoli passi, ché quelli grandi non possiamo permetterceli.

E se rifletti, poi, a ragione ci sta tutto: ci stanno mille chilometri per andare al lavoro, ci sta di svegliarti alle sei per andartene a scuola, ci sta di andare al cinema anche se il film non t’interessa. Ci sta di rispondere, che sì in altri posti poteva andare meglio, ma questa è casa mia. Qui siamo nati, qualcuno c'è cresciuto, qualcuno ci è venuto, e se tutti ce ne andassimo, chi farebbe ancora:

I bigoli


Questo piatto è parte integrante della tradizione familiare, e quindi della terra che vivo. Anche se da un giro su Facebook, nonostante qualcuno li abbia associati alle famose pincinelle di Colonna, nessuno li ha riconosciuti per la loro particolare preparazione.

I bigoli son fatti con la polenta.



Questo è un piatto del giorno dopo, il giorno dopo aver fatto la polenta, con l'avanzo che rimane nel paiolo, si fanno i bigoli. Effettivamente in casa mia l'avanzo è voluto e cercato con aumento di quantità ad hoc.
Si prende quindi una quantità di polenta, qui le dosi e i grammi non esistono si và ad occhio. La polenta la si rimpasta con farina 00, in una quantità tale che la massa risulti malleabile ma non troppo morbida. Fatene quindi dei vermicelli o pincinelle o bigoli come diceva mia nonna. Come vanno conditi? Immancabilmente di magro, perché ? Perché la carne l'avete mangiata il giorno prima con la polenta, e quindi.

per il sugo e per quattro persone:

Sciogliete 4 alici sotto sale, che avrete lavate e sfilettate, in un soffritto di olio, aglio, peperoncino e prezzemolo. Lasciate soffriggere a fuoco basso per qualche minuto poi aggiungete dei pomodori pelati buoni o dei filetti di pomodoro freschi. Salate con attenzione (ricordate le alici ), lasciate sobbollire per una ventina di minuti il sugo fino a farlo addensare. Lessate i bigoli, scolateli e conditeli con il "finto" sugo, aggiungete prezzemolo fresco e una grattata di parmigiano reggiano, si, anche se ci sono le alici. Servite con un filo di olio a crudo


Magari non vale, ma io ho fatto una variante con del tonno "San Lorenzo" sott'olio ed un trito di olive taggiasche. Magari non vale mangiarli sui piatti, perché come per la polenta andrebbero mangiati sulla spianatora, magari non vale, ma ci sta.

17 commenti:

Cuoca amorosa ha detto...

Mi dai il permesso di usare la tua base dei bigoli nel menù di natale del ristorante dove lavoro???
per piacere per piacere per piacere!!!
Alessia.

mammafelice ha detto...

Fantastico... molto forte, molto intenso. Ricette bellissima, e tantissima poesia tutto intorno.
Grazie!

Roberta ha detto...

E' vero!!! I bigoli... non ci ho pensato...
Ricetta invitante (da provare quanto prima) e raccontata meravigliosamente, come al solito.
Complimenti di cuore

losmilzo ha detto...

pur essendo Sassoferratese da diverse generazioni è un piatto che non appartiene alla mia eredità culinaria,a casa mia con la polenta scondita ci si fanno le cresce cotte sulla graticola da consumare con il prosciutto. Oppure delle cresciole fritte dolci. Comunque ritornando al nostro natio borgo selvaggio,...io ci credo,come una "cerqua" che non si piega alla tramontana.

Loste ha detto...

ahahahah... e certo @cuocaamorosa ci mancherebbe :) consiglio fatti un paio di prove prima ;)

Troppa Grazia @mammafelice dai... !

Che vuol dire @Roberta la conosci ? se si dimmi tutto quello che sai :)

Si @Smilzo anche nella mia tradizione ci si fanno le cresce per le foie e quelle dolci per il miele. Ma tua nonna non la conosce? Mi preoccupo :( indaga su tutto il tessuto sociale della Guardiola per favore... A te la tramontana te fa na .... Te lo dico quando torno ;)

Gloria ha detto...

Dopo mesi e mesi in cui ti ho seguito silente (precisamente già da prima di questo post in cui mi dissi che quella era anche la mia "pesciarola"...) eccomi qua...

Non ci sono parole migliori per raccontare le tue sensazioni sul nostro paese, me lo stamperei per darlo in giro a chi mi chiede "Perché vuoi organizzare questo evento a Sassoferrato?" o "Perché apri lo studio a Sassoferrato?" e via dicendo... A me viene sempre naturale rispondere "Perché no? E' il mio paese, è la mia terra..." ma non credo di essere convincente, e forse non devo nemmeno convincere nessuno, in fondo, ma sono un po' stanca di sentirmelo dire...

Ma veniamo alle "nostre" pencianelle (detto proprio in dialetto, va...): ho interrogato mia mamma sulla ricetta originale di mia nonna, ché da noi in effetti non si fanno mica con la polenta (le cresce invece sì!)...

La versione originale, a suo dire, è solo di acqua e farina, nel tempo l'aveva modificata con l'aggiunta di un uovo, tutto ad occhio naturalmente (così per rifarle come lei dovrò fare almeno una cinquantina di prove)...

La consistenza e la forma invece, ad occhio, direi che sono proprio le stesse!

... un po' lungo per essere il primo commento, ma dovevo recuperare!

A presto
Gloria

Saretta ha detto...

Io, dopo dieci anni che vivo a Milano, sento forte il bisogno di ritornare alle origini...La città nevrotica dove tutto è "fast" alla lunga uccide...E così senti il bisgno di ritornare allo "slow" ed a quell'aria che solo casa tua ha.
Che delizia questi pici..pensa che poco tempo fa ho fatto degli gnocchi con la polenta avanzata.Prossima volta pici!
Buona giornata

Loste ha detto...

E alloara benvenuta @Gloria. diciamo che l'idea è venita proprio da lì ;)... Mannaggia ma non è che 'sti Bigoli li faceva solo mia nonna ?! Nessuno misura i commenti con il centimetro ;)

Ah ecco allora che non ci son passato solo io @Saretta, anche se mi rendo conto che chi non ci passa la vede un po' come una chimera, la grande città e i suoi servizi. Va bene anche pici :)))

Anonimo ha detto...

Non ho ancora provato una delle tue splendide ricette, ma conto di farlo non appena ne avrò il tempo.
Nel frattempo ti invio mille complimenti per la tua bella scrittura , che evoca molte sensazioni visive, tattili, gustative. E il colore delle colline, il silenzio di un bosco, la "nebbia agli irti colli che piovigginando sale"...
Bravo
Roberta - Bologna

Ivana ha detto...

clap clap clap!!!

marzia ha detto...

non li conoscevo proprio. molto invitante, come ricetta, specie per me che adoro la polenta

Loste ha detto...

Grazie @Roberta ... spero che la citazione Carducciana non sia per paragone :)

Come si fanno gli inchini in rete o un lancio di rose virtuale @Ivana :)))

A bé @Marzia se ti piace la polenta allora questo piatto fa per te anche se la polenta non rimane evidente :)

enza ha detto...

penso a me che ci sto male perchè non vorrei tornarci mai più nella terra natìa.
penso a me e alle mie figlie che privo comunque e volotariamente di un pezzo di appartenenza.
poi penso da dove son venuta e mi incazzo come una biscia.
ma anche questo è amore.

Loste ha detto...

Certo che lo @Enza. E poi io credo che "la propria terra" possa essere anche una terra diversa da quella che ci ha visti nascere, alla fine poi tutto è un insieme di cose che fan si che si stia bene in qualche posto ...

silvia ha detto...

ecco. io vorrei essere le tue parole e la tua terra (non fraintendere) perchè se mi prende la voglia di venire a vedere com'è, se sento che anche per me la scelta è stata rimango e non potevano esserci parole migliori per spiegare, se penso che non vorrei essere altrove adesso lo penso con le tue parole.
ps: mai sentita una preparazione così. ma chiederò alla mia amica di sefro che mi ha spiegato la faccenda del tagliere di polenta.

MarinaV ha detto...

Rimango sempre incantata leggendoti...
No, questo piatto non appartiene al mio universo culinario, ma le mie radici sono molto sparse e al momento in balia del vento di sudovest che schiaffeggia il mare del nord.
Ma non per questo non mi affascina. E ti dirò di più: ci faccio una seria pensata.
Un caro saluto,
Marina

Gatadaplar ha detto...

Caro Loste, hai dedicato un post meraviglioso all'entroterra marchigiano che, volente o nolente, ha fatto innamorare anche me... Fino a qualche anno fa dicevo sempre "alla prima buona occasione lascerei tutto per tornarmene a Ferrara" ora invece sento di essere stata "adottata" da questa terra, ma proprio QUI sto bene... non potrei mai trasferirmi ad Ancona città per esempio... la aborro!!!
Mi piace il mio piccolissimo paesino, e più gli amici mi prendono in giro per essere andata a vivere in mezzo ai cerretani-cerretesi, più io ne sono orgogliosa! :DDD
Sarà l'incoscienza della "straniera"?! :*D