11 maggio 2009

I pittori hanno strane visioni

E' seduto al mio fianco in auto. Mentre penso a cosa fare, con la coda dell'occhio lo vedo sfilare un fazzoletto dalla tasca posteriore. Se lo passa sugli occhi, senza timore di farsi vedere da me, poi si soffia il naso.

La prima volta lo riconobbi immediatamente. La sua figura mi veniva incontro appena scesa dal treno. La descrizione era perfetta: un uomo minuto, canuto, magro, trasandato, che si muove a scatti timoroso e spaventato dal mondo. Maestro! Il mio richiamo lo fermò, come quei "block" quando giocavamo da bambini. Aveva una borsa a tracolla, semivuota e floscia, che gli aveva fatto uscire un lato della camicia gialla a righine azzurre, fuori dai pantaloni, neri di stoffa pesante e macchiati di pasti frugali. I sandali mettevano in mostra i piedi, la pelle incartapecorita e le unghie bianche. Maestro, sono Marco. Gli spiegai chi fossi: colui che lo porterà a destinazione. Il labbro superiore tremò leggermente si imperlò di sudore, poi quando tutte le sinapsi si collegarono si aprì in un sorriso e si rilassò.
E' un pittore. Famoso, molte mostre, alcuni pezzi alla Galleria d'arte di Roma. Uno stile che ricorda il realismo e poi i macchiaioli, puro, quasi scolastico. Una pittura minuta sottile, da tela a trama finissima, pennelli che si misurano in peli, neanche l'ombra della pennellata. Arriva da Roma ed è venuto a trovare un vecchio amico comune: un critico d'arte, un frate, lo porto in un convento. Lì dalla sua cella dipingerà le colline marchigiane con il loro degradare verso il mare che si vede all'orizzonte, un canarino appollaiato su un ramo, Leonardo bambino nel suo seggiolone la vecchia Nena che attraversa la piazza del Castello. Una conoscenza che si protrarrà per qualche anno. Il rito di prenderlo e riportarlo alla stazione. Qualche pomeriggio passato a parlare di suoi amici che conosco solo dai libri, intercalando i racconti con quel "dottore" con cui mi chiamerà per sempre. Mario che dipingeva la "C" della cocacola, il Leonardo Marchigiano, e il Renato comunista. Fugaci flash di una vita (s)conosciuta, di miti da cui avrei raccolto anche il più banale tratto di matita sul tovagliolo di un ristorante.

E' accaduto che lo stavo riportando, al solito treno, nel solito pomeriggio di domenica. Se ne stava in silenzio e pensieroso a guardare il paesaggio che gli correva fuori dal finestrino: più bambino che vecchio. Mi ha sorpreso quando in un mezzo grido angosciato ha iniziato a cercare nella sua borsa, sempre più velocemente, sempre più disperato. Le chiavi! Le chiavi di casa per qualche motivo strano e inspiegabile non erano più in quella enorme sacca, piena di pastelli, blocchi da disegno, ed uno spazzolino. Gli ho detto di cercare meglio, di stare calmo, di non preoccuparsi, che saremmo tornati indietro, che tutto si sarebbe risolto. Non è servito quasi a nulla. E' emersa tutta la disperazione di un vecchio solo e abbandonato, senza più moglie senza nessuno che lo possa ance solo vestire. Ha preso ad insultarsi, la sua dabbenaggine, la sua incapacità, la sua inutilità. Siamo tornati indietro. Abbiamo ritrovato le chiavi. Abbiamo perso il treno. E mentre rifletto sul da farsi, fermo davanti alla stazione, lo spio asciugarsi le lacrime con un fazzoletto spiegazzato e liso. La porto fino ad Orte maestro, lì ci sono più treni. Si, è lontano, sono due ore ad andare, ma non ho nulla da fare.

Silenzio per la prima mezzo'ora, i suoi sensi di colpa, il mio carattere poco espansivo. Poi chiedo del suo passato della sua vita, della sua famiglia. E parte. Parte come quei bambini che superata uno shock iniziano a parlare, liberazione interiore, felici, contento. Tutta la sua vita passa veloce, come i paesi che scorrono lungo la strada, le case, e l'Umbria di questa fine estate.

"Quando abitavo ad Ancona."
"Ancona maestro?"
"Si prima che mia moglie morisse, dottore, abitavamo ad Ancona. Vicino alla stazione. In un palazzo al quinto piano. Il mio studio era nella cameretta di mio figlio. Dalla finestra vedevo il porto e San Ciriaco. Mia moglie metteva i gerani sulla terrazza, ma morivano sempre tutti. Forse lo smog, forse la salsedine. "
"E' bella Ancona maestro. Ci studiavo da ragazzo. Andavo alle Tavernelle, ancora un convento. Prendevo il quattro quasi davanti alla stazione, in viale Girodano Bruno."
"Davvero dottore ? Si è una bella città. Restavo ore alla finestra a guardare il porto, il mare. E d'inverno con la nebbia, restavo ore ad ascoltare la sirena del faro. In estate vedevo la spiaggia con gli ombrelloni. Ci andavo con mia moglie. Mia moglie era la mia vita, la mia cura. Senza di lei sono una nullità."
"Non so maestro ma non credo che ci sia una spiaggia da quelle parti, forse andava a Palombina Nuova !. "
Mi guarda dubbioso, quasi sbalordito, forse angosciato. Devo aver rotto qualche equilibrio, qualche certezza che teneva in piedi una storia. Mi affretto a rispondere.
"O forse si, e non mi ricordo io, Maestro, ma magari si quella spiaggia c'era."
Non credo che una spiaggia reale o finta che sia, ora faccia differenza nei ricordi di quest'uomo.
"Anzi a pensarci bene era proprio vicino al porticciolo turistico Maestro."
Ora sorride, e ricorda e parla di un'Ancona che è come la mia, identica negli angoli descritti, nei colori e nei profumi. E' l'Ancona dei ricordi uguale e diversa per ognuno di noi.
"Sotto casa c'era un ristorantino piccolissimo. Ma che faceva un mangiare spettacolare. Ci andavamo la domenica e mi ricordo che prendevo sempre un pesce cotto al cartoccio con le patate e le verdure. Un pesce dal nome strano che non ricordo, ... Lo aiuto: spigola, branzino, orata... No, non ricordo, qualcosa che aveva a che fare con ... il sole? Le ombre? Ma comunque una bontà indimenticabile."

La stazione di Orte, appare quasi all'improvviso e lo ridesta dai suoi ricordi. Lo accompagno, lo metto sul treno, mentre si profonde in ringraziamenti enormi. Lo saluto con un sorriso. E anche se sono ormai anni che non so che fine abbia fatto, i suoi quadri mi ricordano, l'uomo, il pittore, l'anima e:

L'ombrina al cartoccio del Maestro



Per capire cosa mangiava il Maestro e per 4 persone sfilettate una bella ombrina, salatela e pepatela. Pulite e affettate le verdure di stagione che vi capitano, Io ho usato patate, carote e zucchine, aggiungete anche dei buoni pomodorini secchi o preparate dei pomodorini confit tirati in forno fin quasi a seccare, salate le verdure. Con della carta forno fate dei cartocci, che sigillerete bene con molte pieghe e con un po' di rosso d'uovo. Mettete pesce e verdure nei cartocci monoporzione, condite con un filo di olio buono, e con qualche profumo che preferite, timo, origano... fate voi. Mettete in forno ben caldo a 180° per 15/20 minuti. Servite con il cartoccio direttamente nel piatto e, se potete, ancora un filo di olio buono.



Riapparve un giorno con un pacco di vecchi giornali legati con lo spago. Me lo porse e mi disse: per ringraziarla di avermi portato fino ad Orte e per avermi ricordato quella città bellissima.

16 commenti:

Fra ha detto...

Sarà una banalità ma gli artisti hanno un mondo interiore e una sensibilità che spesso li rende così diversi e leggermente eccentrici. Il tuo "maestro" doveva essere un gran bel personaggio, qualcuno da cui assorbire conoscenze standogli semplicemente accanto...e l'ombrina da lui ispirata credo ne sia la dimostrazione
un abbraccio
fra

Mariù ha detto...

Storia bellissima. Il modo in cui sei riuscito a descrivere la sua figura e la sua presenza lí accanto mi ha fatta quasi commuovere.
Buona giornata,
m.

Giò ha detto...

davvero magico il tuo racconto, quasi me lo immagino questo artista...
adoro la cottura al cartoccio, per i pesci dalle carni delicate è l'ideale per esaltarne i sapori!

Anonimo ha detto...

in molti dei tuoi racconti ritrovo momenti vissuti, visi già visti, luoghi familiari...e gli occhi si velano di quella speciale malinconia del ricordo. complimenti. michela

Anonimo ha detto...

Quanta malinconia sai provocare...

Un abbraccio.

Cinzia

Anonimo ha detto...

Loste tu scrivi proprio bene, e pure io che ho una soglia di attenzione rasente lo zero riesco a vincere la distrazione. Però caro Loste, più che tua lettrice vorrei esser tua commensale. A me queste foto fanno sempre venire una gran fame.

Virò ha detto...

La fragilità degli anziani è tenera e lacerante al tempo stesso...la saggezza che si scontra con l'impotenza, i ricordi che si mescolano con i sogni, lo straziante senso di vuoto che lascia la persona con cui hai condiviso la vita, la percezione della realtà spesso distorta...L'appellativo "maestro" con cui chiamavi il tuo pittore è pieno di rispetto.
Credo che l'abbia percepito e gradito...I giornali erano quotidiani di Ancona di mille anni fa, quando la sua vita era più speciale?

E' possibile vedere l'immagine di un suo quadro?

Loste ha detto...

fosse solo quell'ombrina @Fra è(ra) un gran strano personaggio ... una volta mi disse "le faccio una testina dottore" per lui le testine erano ritratti. La mia faccia se ne sta appesa da qualche parte dentro casa :)

:) @Mariù er aun uomo che infondeva un profondo senso di pena. Ti chiedevi sempre come mai fosse così solo !

@Giò se te lo immagini vuol dire che ho dato il senso della persona

Grazie @Michela

mi spiace :( @Cinzia

@Anonima ... seduta al mio desco a desinar con me ?! sicura ? ;)

Il "Maestro" gli era dovuto per quello che artisticamente era @Virò. I giornali erano un'edizione de "Le Figarò" non so perché. Un suo quadro ? si magari quando torno a casa scatto una foto :)

eleonora ha detto...

Une idée bien savoureuse et délicieuse...bravo.
nouveau lien :
http://blogs.cotemaison.fr/aufildemesrevesdamour/

marzia ha detto...

malinconica e commovente

Chiara.u ha detto...

La tua descrizione è davvero qualcosa di fantastico... poetica, sensibile ma anche terribilmente reale! Riesco davvero a vedere, sentire, percepire la tristezza e la tenerezza di quest'uomo... tenerezza che solo certi vecchi hanno! Vecchi non per mancanza di rispetto, ma per la quantità di vita che hanno dentro :)
Bravo... Io volevo invitarti ad accettare un piccolo premio sul mio blog... passa se ti fa piacere uh quanto sono prolissa, scusa ;)

Anonimo ha detto...

Non dispiacerti!

La malinconia è una buona cosa, necessaria per fermarsi a riflettere e respirare, soprattutto quando sei lontano da casa da tanto. Le tue parole mi hanno fatto pensare ai miei vecchietti, alle loro dolci miserie e al tempo che sto lasciando passare senza tornare a vederli. In compenso... è meglio se non penso all'ombrina e non la relaziono con la sogliolaccia stracotta che il ristorante sotto l'ufficio mi ha rifliato a pranzo!
Un saluto.

Cinzia

Ciboulette ha detto...

Che bello il racconto, come sempre.. :)
Non ho mai visto Ancona, eppure quante volte ci sono passata davanti con il treno...

Bella l'idea dell'ombrina al cartoccio, solo 2 minuti fa pensavo che domani devo fare di tutto per riuscire a comprare del pesce fresco :) Hai visto mai che troovi proprio l'ombrina??? :)

Loste ha detto...

merci @Eleonora ; )

Eeeedai @Marzia mi fai sentire in colpa ...

terribilmente reale si @Chiara te lo assicuro :/

ma io non mi dispiaccio e la malinconia è parte del ricordo @Cinzia

Se non hai mai visto Ancona @Cibou... eh si ti sei persa qualcosa onestamente :)

il ramaiolo ha detto...

interessante, tutto... ti dirò: un po' mi sento coinvolta... chissà perchè...
bello il piattino!

nishanga ha detto...

questo post mi è molto piaciuto.
Chisà se riuscirò a vedere le opere, sarei davvero curiosa.
Abbracci